Carsica

A volte riemergo

L’internazionale del canestro

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Lenin for threeQuando lo incontro dall’ultima volta saranno passati vent’anni. Sono stato io a chiamarlo, al telefono mi riconosce subito e mi dà appuntamento per la mattina dopo, al bar del centro commerciale di fronte a casa sua. «Là fa fresco», dice, «alla mia età l’aria condizionata non mi dispiace mica». Rione di Ponziana, Trieste. Il suo quartiere, e in fondo anche il mio. È l’agosto del 2006. Dopo questa conversazione non lo vedrò più, se ne andrà cinque anni dopo, accompagnato dai consueti coccodrilli sui giornali locali, e dall’omaggio del suo allievo di maggior successo.
“Addio a Tullio Micol, il maestro che scoprì la «Mosca Atomica»”
Gianmarco Pozzecco credo lo abbia nominato in ogni intervista concessa da quindici anni a questa parte.
Lui non l’ho cercato per caso, neanche per nostalgia. Sono una bestia in queste cose, devo trovare un motivo, malgrado il caso o la nostalgia, per rompere la barriera della mia timidezza.
Di motivi ne ho almeno tre, e benché abbiano a che vedere con la conoscenza e la Storia, è chiaro che parlano di basket: gli inizi della pallacanestro a Trieste, una vicenda cestistica di famiglia nel dopoguerra, e una questione tecnica e filosofica che mi assilla, un dettaglio che ha cambiato la fisionomia dello sport che amo.

* * *

È nato nel 1926 in via Meda, quel tratto di strada che oggi è la via dell’Eremo bassa e unisce via Rossetti con via Piccardi. Quando Micol ha tre anni la famiglia si trasferisce molto più in alto, nel rione di San Luigi. È così che avviene l’incontro fatale con il basket, ma il suo racconto deve per forza iniziare con un qualche tipo di ascesa, e comunque su una strada.

«Era l’inverno del ’29. E te lo giuro e credimi se te lo dico: se incontrassi per strada il cavallo che ci ha portato su i mobili, io riconoscerei quel cavallo! Mi ricordo, ma giuro che mi ricordo,  – non perché me l’hanno raccontato, ma perché mi ricordo! -, che mi avevano messo in questa orna – che quella volta non c’erano lavatrici -, e io stavo in questo mastello con le coperte su questo carro. E il cavallo che andava su. E prima di arrivare a casa mia c’è una grande salita e anche chi era a piedi o in bicicletta ci aiutava a spingere in su questo carro con il cavallo su cui c’erano i mobili. E te lo giuro, non è che solo me lo ricordo, ma se incontrassi il cavallo per strada ti direi “è questo il cavallo”! Era uno di due cavalli che avevano la stalla proprio sopra a casa nostra, di fronte al ricreatorio fai conto. Io stavo in quelle tre case che sono proprio sotto il ricreatorio. E la stalla di questi cavalli era proprio di fronte. E conoscevo bene il tipo perché più tardi quando andavamo a piedi al mare, alla Lanterna, trovavamo questo carro col cavallo in via Ginnastica, e il padrone andava a un osteria di qua, un ottavo de qua, un ottavo de là, e ci lasciava salire e andar su a San Luigi con questo carro.»
«È in ricreatorio che ho iniziato a giocare a pallacanestro, a cinque, forse sei anni. »

Anch’io ho iniziato a sei anni, nel quartiere dove ci incontriamo oggi, alla palestrina di via Trissino, dove negli anni Settanta Micol affrontava con un sorriso paziente una torma di ragazzini dei corsi di minibasket della mitica Internazionale 1904. Era la polisportiva nata agli inizi del secolo dal Partito Socialista. E non fu una casualità che mio papà avesse insistito per farmi iniziare con loro, e che i derby più infuocati li giocassimo contro i Salesiani del Don Bosco.
La nostalgia potrebbe ingannarmi, è passato molto tempo, però quella mattina al centro commerciale ritrovo lo stesso uomo che ho sempre conosciuto, piccolo, secco, forte. Ora forse un po’ acciaccato, l’andatura nervosa e a passi brevi è forse rallentata, ma che io ricordi quelle rughe da marinaio sul volto segaligno le ha sempre avute. E quando l’ho conosciuto non aveva ancora cinquant’anni. Io sei, appunto, quindi potrei sbagliarmi, ma direi che erano rughe di stupore, di rabbia, di allegria, di grinta, non di vecchiezza. Erano segni lasciati sul volto dal repertorio di espressioni che sfoderava stando in piedi davanti alla panchina, muovendosi avanti e indietro come a voler seguirti in campo, berciando istruzioni condite da bestemmie, incoraggiamenti, improperi, piegandosi sulle ginocchia per osservare il gioco da un’altra angolazione o per farti capire che in difesa pochi cazzi, baricentro basso, gambe e braccia larghe, mani in movimento, e difendere come se fossi nato per fare solo quello.
E quando si decideva a mandarmi in campo, seguendo suoi disegni a me imperscrutabili, io quello facevo. Difendevo come un dannato, correvo a rimbalzo, e ripartivo in contropiede spesso, troppo spesso, sprecando energie che altri usavano meglio di me, e forse credendo così di emendare tutte le mie mancanze come giocatore. Proprio nei derby con i Salesiani me ne rendevo conto, dannandomi nel tentativo di inseguire quel fenomeno di Stefano Attruia.

Una partita presso il campo dei CRDA di Monfalcone, anni Trenta

Una partita presso il campo dei CRDA di Monfalcone, anni Trenta

«È grazie ai ricreatori che la pallacanestro aveva tutto questo movimento a Trieste, tutti i muli della pallacanestro sono venuti fuori dai ricreatori, strutture comunali nate sotto l’Austria che non esistono nel resto d’Italia. A cinque anni ho iniziato a giocare a pallacanestro al ricreatorio di San Luigi che aveva sei squadre di basket quando io ero balilla, e così tutti gli altri. Se non sbaglio c’erano undici ricreatori e avevano tutti le varie serie di squadre giovanili iniziando (quella volta non c’era il minibasket) dai balilla, poi gli avanguardisti, e i giovani fascisti. Tutti li avevano. Così capisci come successe che a un certo punto, negli anni Quaranta, fosse uno sport talmente seguito che tra Trieste e Monfalcone nel massimo campionato nazionale, in serie A, c’erano cinque squadre maschili e quattro femminili.
«Al ricreatorio ci allenava il custode, Bontempo. Alle elementari abitavo in quarto piano, e quando tornavo dopo la refezione non salivo neanche, buttavo la borsa oltre la rete del ricreatorio che era chiuso e andavamo a giocare. I canestri della palestra li aveva costruiti lui, e ci lasciava entrare perché lo avevamo aiutato a farli, noi reggendo il legno e lui segando e imbullonando.»

A volte penso che a uno come Tullio Micol oggi, in Italia, nessuno affiderebbe una squadra di ragazzini. Troppo politicamente scorretto, troppo schietto e indipendente. Se avesse a che fare con quel genere di genitori che si permettono di criticare gli allenatori, o peggio gli insegnanti – perché non fanno giocare abbastanza i figli, o secondo loro lo fanno nel ruolo sbagliato, o perché gli danno “troppo da studiare” –, si farebbe cacciare o, più probabile, sarebbe lui a mandare tutti a quel paese.
Per non parlare delle sue abitudini in campo. Poteva capitare di fare un timeout immersi nelle nubi di una delle sue emmesse, e se le cose andavano storte fumava in panchina durante la partita consumando le cicche fino al filtro. Turpiloquio e bestemmioni erano caratteristiche a cui ti abituavi presto e su cui non mi ricordo di aver mai sentito nessun genitore, arbitro o avversario avere da ridire. Si capiva che venivano da una persona lontana come poche da qualsiasi volgarità, rispettosa. Poteva apostrofarti dicendo “te se sta movendo come una scoreza in braghe!”, e tu non avresti fatto altro che trovare la metafora geniale e fatto finalmente attenzione a come stavi in campo. A suo modo era davvero un motivatore, ma soprattutto era impossibile non volergli bene.

Proprio perché Micol era così, quella mattina mi decido a raccontargli una storia di famiglia, nella speranza che mi aiuti a riempire i troppi buchi che me la rendono ancora oggi poco chiara.

* * *

La squadra dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone del campionato di serie A 1941-42

Nasce tutto da una diceria familiare e da una foto, quella qui sopra. Ritrae la squadra di pallacanestro dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico (CRDA) di Monfalcone durante il campionato nazionale di serie A, stagione 1941–42. Il tizio con la maglia numero sei, secco e malinconico come un giovane Buster Keaton, è mio nonno Albano, classe 1915. Quello con il numero cinque, dall’aria decisamente più arrogante, è suo fratello Ottone, nato nel 1917. Sulle maglie è ben visibile lo scudetto del campionato di serie B, decorato dal fascio littorio. Il CRDA disputerà nella massima serie anche il campionato successivo, togliendosi persino la soddisfazione di battere in casa i cugini della Ginnastica Triestina – squadra che tra l’altro veniva dalla vittoria di ben due scudetti consecutivi.
La diceria è che questo prozio decisamente atletico avesse disputato addirittura un’Olimpiade. Una cazzata madornale che smontai appena ebbi gli strumenti per farlo, ma che aveva la sua origine nel periodo più complesso e difficile per il ramo paterno della mia famiglia, e una qualche giustificazione in un vecchio articolo della Gazzetta dello Sport che nessuno possedeva più, ma veniva citato come dimostrazione della diceria stessa. Anni dopo andrò a ravanare nell’archivio della Rosa a Milano, trovando il famoso articolo, poco più di un trafiletto in realtà. Si riferisce non a un’edizione dei giochi olimpici bensì al Campionato europeo di pallacanestro dell’aprile 1947.

Gazzetta dello Sport, 1 maggio 1947
Questa mattina l’Italia ha battuto la Jugoslavia per 59-33 (p.t. 31-17). Netta superiorità degli italiani che hanno dominato dal principio alla fine. Si sono particolarmente distinti i triestini. I Jugoslavi hanno dovuto limitarsi ad effettuare tiri da lontano tanto era salda la difesa praticata dagli italiani. Ottimi Cerioni, Cattarin e Miliani; nella squadra jugoslava è emerso l’ex giocatore del Monfalcone, Ulivieri. [sic]
Formazione: Rubini (punti 7), Miliani (11), Cerioni (16), Cattarini (2), Tracuzzi (2), Lucentini (8), Radici (7), Pellarini (2), Primo, Garbosi (4)

Nel 1947 anche da una breve su una partita di pallacanestro poteva emergere la visceralità con cui gli organi di informazione italiani erano soliti parlare di Iugoslavia. Il tono è quello della migliore tradizione guerrafondaia di un paese mai pago di velleità colonialiste ma decisamente poco vittorioso in questo campo. Tono a cui del resto siamo abituati anche oggi. Deve consegnarci l’immagine eroica di una squadra che domina dal principio alla fine, dimostrando una netta superiorità, costringendo gli avversari a stare alla larga dall’inviolabile canestro talmente è salda la sua difesa. Ma ciò che più importa è che a distinguersi siano i triestini. Al di là del fatto che circa metà nazionale italiana era all’epoca composta da giocatori di Trieste – tra cui spiccava il mitico Cesare Rubini –, questo dettaglio sembra voler riflettere anche in questa notizia di secondo piano lo scontro che si stava consumando nella città giuliana, a fare intendere che per questi giocatori quella non era una semplice partita di pallacanestro, ma l’allegorica battaglia di una vera e propria guerra che come obiettivo finale aveva proprio Trieste, contesa tra Iugoslavia e Italia. Guerra che per certo l’Italia era destinata a vincere, nella visione dei giornalisti della Rosa.
La Gazzetta dello Sport non era nuova a questi sconfinamenti in contesti che di sportivo avevano ben poco. Solo un anno prima, nel giugno del 1946, aveva promosso l’arrivo di una tappa del primo Giro d’Italia del dopoguerra proprio a Trieste, sfidando le delicatissime trattative internazionali in corso sul destino di una città fuori dai confini italiani e sotto amministrazione dell’ONU, e allestendo una vera e propria provocazione per un pezzo importante della popolazione della città, quella slovena, e non solo, che aveva subito le pesanti conseguenze di vent’anni di politiche coloniali e razziste del fascismo. Provocazione che infatti avrebbe causato diversi giorni di scontri, e alcuni morti, innescati proprio da quel “innocente” evento sportivo. (post scriptum: ho trattato l’episodio in un racconto di semi-fiction dal titolo Chi sparò al Giro d’Italia?)

Come in ogni racconto epico-nazionalistico che si rispetti, nell’articolo sulla sfida europea tra Italia e Iugoslavia non poteva mancare la figura del traditore, il figlio fedifrago che ha abbandonato la casa paterna per prestare il suo talento al nemico. Cioè mio prozio Ottone, al quale viene riconosciuto l’onore delle armi, ma citandolo col nome sbagliato e lasciando intendere che meritava di marcire in quel paese di comunisti, dove non avrebbe mai vinto nulla.

* * *

– Sai, ci ho pensato ieri dopo che me l’hai chiesto al telefono, io credo di aver giocato contro Olivieri in quegli anni. Io ho giocato decine, e decine, e decine di partite in Iugoslavia.
– In Iugoslavia?
– E dove sennò? In Iugoslavia! Lo sai che noi abbiamo giocato per l’UCEF?
– Non ne ho mai sentito parlare.
– Allora, – dice paziente – qui a Trieste, finita la guerra, come centro sportivo della sinistra c’era l’UCEF, Unione Circoli Educazione Fisica. Era diciamo il contraltare del CONI.
– In che senso “contraltare”? – dico.
Lui mi guarda come se non avessi capito uno schema semplice semplice.
– Come in che senso? Politico, no! L’UCEF era il contraltare politico del Coni, il Coni era Italia, l’Ucef era Iugoslavia, diciamo.
– Ah!
– Per questo ti dico che noi abbiamo fatto ma non decine, vorrei dire tante decine di partite là, con la Stella Rossa, con Zagabria, per tutta la Iugoslavia, gavemo zogà a Lubiana no so quante volte.
Da quel momento i ricordi di Micol scorrono a valanga.
– Tutta l’ho girata, sempre trattato con i guanti bianchi. Ho un ricordo bellissimo di quei tempi. Ho ancora i referti delle partite, saranno state almeno venti solo quelle con l’Olimpia di Lubiana, e come ci trattavano bene. Arrivavamo a Lubiana e subito in albergo, lo Slon, il più bell’albergo della città. Siamo stati dappertutto, ho giocato a Praga, Belgrado, Zagabria, a Spalato con l’Hajduk almeno tre volte.
– Quindi a Trieste c’era una federazione sportiva antagonista al Coni.
– Certo, – dice – l’Ucef, e grazie a questo conflitto noi abbiamo girato in lungo e in largo.
– Un gemellaggio – dico.
– Più di un gemellaggio! Hai presente il campo Primo maggio?
– E come no? A San Giovanni, ci abbiamo fatto tante di quelle partite, col Bor, e i tornei estivi.
– Ecco, quello. Il presidente federale europeo era un pivot della Locomotiva di Zagabria, una carissima persona, ci abbiamo giocato almeno cinque volte. Quando abbiamo inaugurato il campo Primo Maggio lui è venuto in qualità di presidente della Federazione.

Ho scoperchiato un pezzo di storia che a Trieste non ricorda nessuno, che anzi viene negato. Ed è bastato stuzzicare ricordi di una gioventù che, se non poteva sperare di vivere di sport, perlomeno grazie ad esso si era vaccinata contro l’odio, conoscendo luoghi e genti che altrimenti le sarebbero stati estranei, addirittura nemici. Ma soprattutto divertendosi e crescendo.
«Siamo stati i primi italiani ad andare a Tirana finita la guerra. Là avevamo un pullman a disposizione, su cui non sono mai salito perché tanto con pochi lek potevamo prendere cavallo e carrozza, e andavamo in giro con quello tutto il giorno. Poi la sera tornavamo in albergo. Giocavamo la partita e si andava a mangiare tutti assieme con le altre squadre. Questa vita è andata avanti fino a quando la città non è tornata ad essere italiana.»
Che le simpatie di Tullio Micol fossero a sinistra, socialiste credo, l’ho sempre saputo. Ma la storia che mi racconta va al di là dell’appartenenza politica, è il segno di un’egemonia culturale che perlomeno per un periodo tra la fine della guerra e i primi anni Cinquanta era riuscita e mettere nell’angolo la retorica nazionalista che avrebbe infine prodotto una città chiusa ai suoi vicini più prossimi, arroccata a difesa di una sedicente madre patria, lasciata a intristire in un angolo in nome della sua pura italianità. Una bella donna agghindata per un ballo a cui un’amante geloso le impedirà di partecipare.
«Di là c’erano la Lega Nazionale e tutti gli altri che volevano frenare, ma altra mezza città, le classi più povere, erano per la Iugoslavia. Non è che ci fossero certezze su niente, ma col precedente del fascismo a Trieste era molto sentita la divisione. L’Italia ha dovuto spendere parecchi soldi per tenersi buona la città.»

* * *

Košarkaški klub Split, settembre 1950

Košarkaški klub Split, settembre 1950

La storia di come accadde che Ottone Olivieri disputasse un europeo di pallacanestro con la maglia della nazionale iugoslava è intricata e lunga, e qui non la racconterò per intero. Potrei dire che è la storia di un’intera famiglia italiana, quella di mio papà, che emigra in Iugoslavia alla fine del 1946, ma in realtà è la storia di un’intera città che se ne va, dal momento che in quel periodo a partire, solo da Monfalcone, saranno tra 2.500 e 3.500 operai con le rispettive famiglie. Questo mentre dall’Istria e dalla Dalmazia migliaia di italiani, o sedicenti tali, faranno il percorso contrario in un esodo sicuramente molto più noto e politicamente abusato.
Quello che è certo è che partono tutti.
Mio nonno è l’innesco, se ne deve andare per evitare l’ennesimo arresto da parte del Governo Militare Alleato, e anche perché da quadro del locale Partito Comunista della Regione Giulia (Pcrg) ha ormai capito che non ci sono speranze. La rivoluzione per la quale aveva creduto di battersi non toccherà Trieste, dove è nato e cresciuto, e tantomeno Monfalcone dove ha fatto la Resistenza credendo non solo di battere fascisti e nazisti, ma anche di conquistare un mondo più giusto, senza sfruttati né sfruttatori. La città dei cantieri sarà la prima ad essere riconsegnata all’Italia, già nel settembre del 1947.
Albano, era stato arrestato una prima volta durante il fascismo, nel 1943, poi altre due, nel luglio 1945 e di nuovo a luglio ma nel 1946, proprio nel contesto degli scioperi e delle lotte per l’annessione di Monfalcone e Trieste alla Iugoslavia. Nuovamente ricercato dalla Force Security Service, nell’ottobre 1946 parte per Fiume. Qui oltre a lavorare presso i cantieri navali della città come operaio specializzato, coltiverà ancora la passione per la palla a spicchi, stavolta però da allenatore della squadra femminile della città.
Ma con Albano non partono solo sua moglie Leda e mio papà nato pochi mesi prima. Se ne vanno anche suo padre e sua madre, la sorella Nivea, e i due fratelli più giovani, Ottone appunto, e Nerone, il più piccolo che ancora vive a Koper, oggi da cittadino sloveno in pensione dopo una vita passata a insegnare, guarda caso, educazione fisica. (Purtroppo il mio prozio Nerone Olivieri ci ha lasciati il 10 dicembre 2013, pochi mesi dopo la pubblicazione di questo articolo, NdA)

Il seguito è intricato, e vede mio nonno un’altra volta in carcere nel 1948, stavolta a Fiume, accusato di aver aderito alla risoluzione del Cominform con cui Stalin scomunica Tito. Dopo un mese di galera, la deportazione in Bosnia, presso le miniere di Zenica, un periodo durissimo, che ricostruisco con difficoltà da poche lettere e da rarissimi racconti orali, al termine del quale ad Albano viene proposto di ottenere un passaporto italiano a condizione che se ne vada dalla Iugoslavia, cosa che farà assieme a mia nonna e a mio papà.

Ottone Olivieri a Spalato, settembre 1950

Ottone Olivieri a Spalato, settembre 1950

Ottone invece resta. Lo testimoniano altre due foto scattate a Spalato nel settembre 1950, come leggo sul retro. Sono passati quasi dieci anni dal campionato di serie A italiano. Il ragazzo di Monfalcone dopo l’esordio in nazionale ora gioca con il KK Split – la squadra in cui cresceranno fenomeni come Toni Kukoc e Dino Rađa – ed è stato ribattezzato Otone.
Non solo. La Wikipedia in lingua croata lo indica come uno dei giocatori di nazionalità croata che disputarono appunto l’europeo del 1947. A questo punto il ramo paterno della mia famiglia potrebbe annoverare almeno cinque nazionalità diverse: quella austriaca sotto cui nacque mio nonno, l’italiana, la iugoslava, la croata e la slovena. Specchio perfetto dell’identità di una città, l’avere molteplici nazionalità e nessuna vera appartenenza.
Ottone lo lasciamo là, abbronzato dal sole della Dalmazia, piantato con i piedi su un campo da basket, le mani sui fianchi, sovrastato da un canestro, credo entusiasta dell’esperienza che sta vivendo come uomo e come atleta.

* * *

– Ero innamorato della pallacanestro. Per me il più grande giocatore del mondo era Ambrogio Bessi. Giocava playmaker nella Ginnastica Triestina e in difesa nella nazionale.
– Ne ho sentito parlare di Bessi, ma è stato Rubini a passare alla storia come il più forte.
– Era Bessi il più forte! Sapeva far tutto, palleggiava, marcava, saltava, tirava, era un giocatore completo. Ti basti pensare proprio a questo, che mentre qua giocava playmaker, in nazionale giocava in difesa, perché si giocava tutti a zona, 2–1–2. La marcatura a uomo non si faceva quasi mai.
– Ma lei con che squadra giocava?
– Io giocavo per il Tomasi, che aveva la sede in via dei Leo, e ogni anno abbiamo vinto il torneo locale, qua a Trieste. Ci giocavano Licignani, Corazzi… E poi con una rappresentativa dell’Ucef ho fatto una vagonata di partite con la nazionale iugoslava, facendo partite dimostrative in giro, giocando certe volte anche su campi che erano ancora in terra battuta. A Trieste almeno avevamo l’asfalto, sempre all’aperto però. E anche su questo erano centrali i ricreatori, erano tutti asfaltati perché li pagava il Comune.
– Non ce n’erano palestre quindi?
– Solo la palestra di via della Valle, poi la Ginnastica, e tempo dopo un campo favoloso all’Idroscalo, l’aeroporto di mare, che stava dove adesso c’è la Capitaneria di porto. E quello aveva addirittura il parquet! Fatto dagli americani. Coperto. Grandioso! Ci vidi anche Turpin–Mitri, l’incontro di boxe. Pensa che quel campo di legno da basket adesso è a Milano, perchè quando se ne sono andati gli americani, non so come abbiano fatto, quel parquet è finito a Milano.

OldBasketball copyLa domanda successiva ho quasi paura a farla, potrebbe prendermi per un idiota. Provo a prenderla larga, gli chiedo altri dettagli tecnici, com’erano i palloni, se il gioco era duro.
– Il gioco non era più duro di adesso, anzi si giocava meno uomo contro uomo, c’era più zona, la gente era meno alta. Pensa che il pivot dell’Italia per anni era stato un triestino che aveva un metro e novanta. I palloni pesavano molto di più, rimbalzavano decentemente, ma non avevano niente a che fare con quelli di oggi, erano più grandi di quelli del calcio, erano fatti a fette con quella spighetta e la camera d’aria. I tre secondi non esistevano. E i tiri liberi, quelli li tiravano quasi tutti lanciando la palla da sotto.
Ecco dove ti volevo, penso.
– Quindi anche durante le azioni non tiravate in sospensione?
– Per molti anni il tiro in sospensione non esisteva.
– Cioè tiravate piedi a terra come si tirano i liberi oggi?
– Esatto, piedi a terra, anche l’arresto e tiro è venuto dopo.
– Va bene, ma dopo quanto? In America c’è una discussione furibonda che va avanti da anni su questa cosa di chi abbia “inventato” il tiro in sospensione. Cambia completamente la dinamica del gioco, lo verticalizza…
– Posso sbagliarmi di un anno, ma nel 1947 andammo a Praga ai Giochi della gioventù. C’erano squadre da tre quarti di mondo, e c’erano i coreani. Quello che posso dirti è che la prima volta che Tullio Micol ha visto qualcuno tirare in sospensione è stato a Praga nel 1947. E mica soltanto tirare! Anche tutti gli altri che erano là, americani compresi, non avevano mai visto una roba del genere. I coreani facevano la rimessa laterale, o di fondo, o qualsiasi altra cosa, in sospensione! Tutto in sospensione, tutto! Loro giocavano così, per passarti la palla saltare, per fare la rimessa saltare. E del tiro non parliamo nemmeno, ovviamente in sospensione! C’era una logica, e quella è stata la prima volta in cui abbiamo visto cos’è la sospensione. Per farti capire: il loro portatore di palla veniva in su e palleggiava, al primo passaggio saltava e passava. E la rimessa, la rimessa! Tutte! Fuori dal campo, va ben. Ma la rimessa, laterale, o dal fondo, tuto quel che te vol, ma non è che passava la palla, saltava e passava, tutto, tutto in sospensione. Quindi sono i coreani che si sono pensati questa roba, e gli americani c’erano anche loro là, gnanche pel cul, non l’avevano mai visto! Se gli americani dicono che è stato uno di loro a inventare questa cosa, l’ha fatto sì ma dopo essere stato là, e diglielo pure, digli che l’ho detto io, fai il nome. Posso sbagliarmi di un anno ma credo che fosse il 1947.
E io che avevo paura a chiederglielo. Me lo merito, merito di aver ricevuto la risposta più inverosimile che potessi immaginare: i coreani che introducono nella pallacanestro l’innovazione destinata a cambiare tutta la storia del gioco. Ma in fondo, perché no?

* * *

Dove vivo ora i ricreatori non ci sono mai stati. Solo oratori nella cattolica Lombardia. Malgrado questo non lontano da casa mia c’è un parchetto comunale dominato da due splendidi campi da basket dove non mi è mai capitato di trovare una retina rotta o mancante, benché sia molto frequentato. Merito di un artista, che è anche un ex cestista, chiamato il Baro, che ha coinvolto in questo progetto molti giovani che all’Ardens, questo il nome del parco, ci tengono e lo animano.

Il playground dell'Ardens (foto Il Baro)

Il playground dell’Ardens (foto: Il Baro)

Agosto è un mese particolare, si finisce per ritrovarsi a saltare sotto canestro tra gente che non ha potuto andarsene dalla città e sfida la calura a viso aperto, correndo e saltando anziché soccombere in casa. Gli stranieri sono in maggioranza, se così si può chiamarli visto che nella maggior parte dei casi sono ragazzi e ragazze figli di immigrati, seconda generazione, italiani e lumbard più di quanto possa vantarmi di essere io. Eppure, penso osservando le sfide furibonde sulle quattro metà campo, questi fanno la resistenza ogni giorno, devono inventarsi di continuo la maniera di non soccombere all’omologazione, essere italiani (qualunque cosa voglia dire) restando sé stessi, fuori dagli stereotipi che la retorica dell’integrazione gli imporrebbe.
Quando sono all’Ardens spesso finisco per dimenticarmi dove mi trovo, provo quella sensazione che i viaggiatori compulsivi e gli appassionati di storia orale conoscono bene, che ho provato giocando a basket a Queens, in Chiapas, a Buenos Aires, o leggendo le lettere e le poesie da partigiano di mio nonno. Non riuscendo a definirla bene io la chiamo sincronicità, è come quella cosa che succede nei romanzi di Philip K. Dick, l’indifferenziazione del tempo e dello spazio, come se tutto, ogni epoca e ogni luogo, fossero qui e ora.
Sarà per questo che quando guardo queste battaglie sotto canestro non voglio fermarmi all’apparenza e agli stereotipi, confermati da gesti e modi di fare che sono parte di quelle tattiche di resistenza: il trash talk ispanico dei dominicani, che non stanno mai zitti, la paziente e allenata precisione al tiro da fuori dei piccoli boliviani, la velocità atletica e il menefreghismo difensivo degli africani, l’asciutta ed essenziale esecuzione dei fondamentali degli slavi. Ancora semplificazioni.
Osservo invece incantato questo ragazzo del Maghreb che si allena zavorrando le gambe per aumentare l’elevazione. Sarà alto un metro e settantotto, ma salta come una cavalletta, stoppa avversari molto più alti, schiaccia a due mani, difende con grinta. C’è qualcosa che riconosco in questo, la metafora di qualcosa che non saprei e che non voglio definire per ora, forse l’inizio di un altro assalto al cielo.

***

Tullio MIcol in una foto recente

Tullio Micol in una foto recente (grazie ad Andrea Lasorte)

Una nota finale sull’UCEF

In rete si trova ben poco sull’UCEF – organizzazione che confluirà nella UISP -, ma quel poco è davvero degno di nota considerando che una delle fonti è quel vessillo di italianità che va sotto il nome di Lega Nazionale di Trieste. Illuminante questo passaggio tratto dal sito della stessa Lega:

“Nei suoi oltre centodieci anni di vita, la Lega Nazionale, oltre alla sua benemerita azione patriottica, culturale ed assistenziale, ha dedicato nell’ultimo dopoguerra molta attenzione allo sport. Si decideva dal 1945 in poi l’appartenenza di queste terre alla Madrepatria e gli avversari, pro Tito ed indipendentisti, misero in opera tutte le loro forti strutture economico finanziarie per attirare nelle loro file quanti più possibili aderenti. Formavano così l’ U.C.E.F. (Unione Circoli Educazione Fisica) al quale aderirono non pochi giovani talvolta ignari di questa subdola propaganda. Ricorderemo che l’Amatori Ponziana disputò il massimo campionato jugoslavo di calcio come contraltare alla Triestina e poi le tante squadre di pallacanestro, pallavolo, ecc. La reazione dei Circoli sportivi italiani fu preponderante per far fallire tale scopo ed a questa azione di italianità non fu seconda a nessuno la Lega Nazionale.”

Ecco, un contraltare appunto. A costo di passare per sbruffone, ma qui devo scriverlo che per quello che posso ricordare io, la Lega Nazionale non ha mai vinto una partita contro l’Inter 1904.

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Autore: albolivieri (Andrea Olivieri)

Il tizio dell'avatar è mio nonno paterno, Albano, in un'immagine scattata da quello materno, Nino, a metà anni Sessanta. "Albo" il suo nome di battaglia da partigiano. Durante la Seconda guerra mondiale era nel GAP inquadrato nella Brigata Intendenza "Montes", che operò nel Monfalconese. Per saperne di più consiglio di leggere questo.

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