Carsica

A volte riemergo

Gastromanzia di frontiera

ventriloquo

Parlare alla pancia usando la pancia

Già pubblicato su Giap, blog della Wu Ming Foundation, questo articolo accompagna la nuova puntata dell’inchiesta di Tuco (aka Martino Prizzi) sugli intrecci economici paralleli all’emergere del movimento neoindipendentista Trieste Libera. I commenti sono bloccati per non disperdere la discussione che si svolge in coda al post originale.

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Alla fine sembra che il Movimento Trieste Libera abbia trovato il suo miglior offerente. L’articolo di Tuco in questo post – l’analisi degli intrecci economici che si sono coordinati tra loro nel recente vertice bilaterale russo–italiano – permette finalmente di intravedere la vera natura di questo Movimento neoindipendentista.
Meglio essere chiari però: non abbiamo mai considerato Trieste Libera il prodotto di una minuziosa strategia. Pare che difficilmente nuove offerte del mercato politico al tempo della crisi della rappresentanza possano essere pianificate a tavolino in ogni dettaglio. Tanto più se hanno come obiettivo il riconoscimento di una città–stato sotto tutela diretta dell’Onu, invocando un Trattato di pace vecchio di quasi settant’anni e superato nei fatti dalla ridefinizione di ogni equilibrio geostrategico che lo aveva determinato.
L’idea è sempre stata invece quella di credere alle parole di Sandro Gombač, ex presidente di MTL e ora responsabile della Triest Ngo, ovvero che tutto abbia avuto origine da un gruppo di «personaggi borderline» (l’autodefinizione è di Gombač stesso) che avesse giocato, forse persino casualmente, la carta giusta al momento giusto.

[DISCLAIMER ANTILUDOPATIA: una singola botta di culo in una giocata d’azzardo né testimonia del fatto di avere qualche reale capacità nel gioco, né può impedire che nelle puntate seguenti non sia la sfiga a farla da padrona.]

La carta giusta del MTL è stata pescata dal mazzo della storia della città (mazzo spesso truccato, come si sa), reinventata e gettata sul piatto dell’offerta politica al tempo della crisi, avendo cura di infarcirla con gli elementi base della gastromanzia politica contemporanea: retorica della legalità, primato del popolo onesto contro la casta corrotta, unità dello stesso popolo oltre le inutili distinzioni tra destra e sinistra e le ancora più inutili e anacronistiche distinzioni di classe.
Per completare la giocata è stato aggiunto un elemento ancora più effimero e irrazionale, la triestinità, un’identità talmente priva di definizione da permettere a chiunque di farla propria, come di escluderne coloro che non si vogliono tra i piedi.

I tempi per un’operazione del genere erano del resto maturi, forse persino avariati. Difficile non scorgere nel discorso attuale del MTL grossi frammenti di quanto in molti avevano immaginato per questi territori con la fine del muro di Berlino: multiculturalismo, abbattimento delle frontiere e dell’odio etnico, libera circolazione delle persone e delle idee, plurilinguismo, cosmopolitismo. Sogni ben presto infranti contro un altro muro, quello della guerra come nuovo paradigma del dominio globale, in quel caso mascherata da scontro fratricida, etnico o ideologico secondo le convenienze.
Se qualcosa almeno è maturato, è stata certamente la fine del mito di Trieste italianissima, della retorica nazionalista italiana che aveva dominato la vita politica della città per decenni, ormai inservibile per chiunque salvo qualche nostalgico. Testimone facile da raccogliere e da sostituire con altre nostalgie – quella asburgica in primis, ma anche quella titoista per una minoranza giustamente fiera della storia operaia della città, ma forse poco consapevole dei rischi che si corre a maneggiare tradizioni inventate e miti tecnicizzati.

Da qui nasce la possibilità per ampi settori del neoindipendentismo triestino di praticare uno strano paradosso: quello di dichiarare nemici i nazionalisti italiani – suscitando simpatie anche «a sinistra» – pur evitando di dirsi chiaramente antifascisti, e persino accettando tra le proprie fila personaggi dichiaratamente antisemiti o simpatizzanti di «zio Adolfo».

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È grazie a paradossi come questo che Trieste Libera può esistere pur essendo un nulla, un guscio vuoto, un’ampolla dei desideri con le fattezze di una bacheca Facebook, nella quale ognuno può gettare un bigliettino con su scritto il proprio sogno e convincersi che si realizzerà. I famigerati account con nickname «Trieste Libera» o «Movimento Trieste Libera», su Facebook e nei vari forum e blog, anche qui su Giap, sono «ventri che parlano» capaci di dire di tutto, ma a condizione di non dire nulla per non scontentare nessuno.
Certo, non sono mancati scivoloni clamorosi su questa linea, ma sarebbe un errore dichiarare esaurita la parabola di MTL, e irreversibile la caduta verso il basso della curva che ne descrive il consenso, a causa degli errori nella comunicazione, degli stucchevoli tentativi di serializzarla in formulette comprensibili e utilizzabili da tutti, delle evidenti contraddizioni interne che emergono di continuo.
Al netto dell’inesperienza e del dilettantismo, questi errori soprattutto riflettono appartenenze, tifoserie e affiliazioni dei singoli personaggi coinvolti nella vicenda.

Gli interessi in gioco sono molteplici, e qui Tuco descrive molto bene quelli più tosti: le mire del capitalismo russo su Trieste come possibile tassello della complessa partita sugli approvvigionamenti energetici europei, e la gara per la valorizzazione finanziaria del suo Porto vecchio sul modello di quanto visto a Barcellona e Città del Capo.
È così che nel MTL troviamo chi tifa per gli oligarchi russi del petrolio e del gas, augurandosi persino che Vladimir Putin prenda il potere della città, ma anche chi crede di poter manovrare gli interessi ben più modesti dei piccoli e medi imprenditori sloveni del Carso, o quelli ancor più modesti dei piccoli commercianti triestini.
Ai vertici di Trieste Libera c’è anche chi dichiara di voler fare pulizia di tutto il marciume della vecchia politica e degli interessi locali che paralizzano la città, mentre di fatto sponsorizza personaggi come Marina Monassi che è diretta espressione di entrambi (*)

È la varietà delle poste in gioco nella partita in cui sarebbe entrato il MTL, o da cui… sarebbe stato entrato, più che il valore di ognuna di esse, a far riflettere sull’emergere di un simile movimento. Gli sviluppi della vicenda italo–russa stanno a dimostrare che nel presente che viviamo ogni aggeggio politico può diventare uno strumento utile agli scopi del potere finanziario, alla necessità del capitalismo finanziario di definire la propria governance sui territori e i suoi stessi rapporti di forza interni.
Del resto chi è Putin se non una specie di MacGyver del business e della geopolitica? Come potrebbe un ex–agente del Kgb finito in disgrazia e poi rinato, restare al comando di una potenza mondiale per decenni se non fosse capace di usare creativamente qualunque strumento, compreso – why not? – un piccolo movimento indipendentista guidato da un gruppo di personaggi “borderline” in una città condannata al declino ma baciata dalla Storia?

Soprattutto questa varietà dimostra una volta ancora che proprio chi sostiene che la lotta di classe sia un ferrovecchio senza senso, in realtà non smette un attimo di combatterla, principio che vale per i grandi squali del capitalismo russo, per i pesci pilota di quello locale e più straccione, come per i piccoli pesciolini che nuotano intorno e dentro il neoindipendentismo triestino, i ribaltavapori del TLT che svoltano le giornate inventando nuovi gadget alabardati e spericolati progetti transfrontalieri da far finanziare all’Unione Europea.

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Viva l’A. e po’ bon!

Il problema non è il peso politico reale di MTL, ma la minaccia simbolica che esso è riuscito ad evocare – la morte di una città – e la delirante ricetta presentata come unico antidoto salvifico e taumaturgico per evitarla.
La distopia proposta dal MTL è una città che campa di depositi bancari secretati e defiscalizzati, di banchine portuali consegnate alla speculazione, di gioco d’azzardo e di chissà che altro, sotto l’egida di un governatore che potrebbe anche essere l’uomo più corrotto della terra, purché abbia la grana e tanta voglia di business. Un’isola felice costruita sull’illusoria convinzione che dalla crisi neoliberista ci si possa smarcare rifugiandosi nel proprio supposto particolarismo e consegnandosi mani e piedi proprio alla totale deregolamentazione del mercato, della fiscalità, dei vincoli ambientali, dei diritti sociali e di cittadinanza.
La distopia del MTL è l’ennesima versione politica dell’egoismo sociale contemporaneo, il capovolgimento completo di un famoso slogan zapatista: nada para todos, todo para nosotros!, dove il «noi» è concetto indefinito e indefinibile, i triestini, ovvero tutto e niente, ma popolo eletto che da decenni vivrebbe schiavo sotto il giogo di un paese governato da mafiosi (fino al punto di paragonarsi ai neri sudafricani!) e che pertanto avrebbe diritto a godere del privilegio di ballare sul ponte della nave, mentre attorno tutti gli altri affogano.
Ovviamente cantando: Viva l’A. e po’ bon!

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* C’è poco da stupirsi, se si pensa che mentre l’avvocato / compagno di strada di MTL grida ogni giorno al complotto giudeo-massonico, su queste pagine un esponente MTL è venuto a dichiarare orgogliosamente la propria appartenenza alla massoneria.
AGGIORNAMENTO 21/01, h. 20:30:
 la nota appena letta, che semplicemente riporta un esempio di come nel mondo dell’indipendentismo triestino che gravita intorno al MTL si trovi ogni discorso e il suo contrario (dalla rivendicazione della propria appartenenza alla massoneria alla continua denuncia di “complotti massonici”), ha dato avvio a una surreale discussione – leggibile nei commenti al post originale su Giap – tra gli autori dei due post, uno dei tenutari di questo blog, alcuni lettori e Paolo Deganutti, autore del commento linkato sopra. Prendiamo atto che l’espressione “esponente MTL”  è sbagliata; per il resto, ciascuno/a può liberamente farsi un’idea di come Deganutti abbia portato avanti il suo lato della discussione.
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Autore: albolivieri (Andrea Olivieri)

Il tizio dell'avatar è mio nonno paterno, Albano, in un'immagine scattata da quello materno, Nino, a metà anni Sessanta. "Albo" il suo nome di battaglia da partigiano. Durante la Seconda guerra mondiale era nel GAP inquadrato nella Brigata Intendenza "Montes", che operò nel Monfalconese. Per saperne di più consiglio di leggere questo.

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