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Disfatta sul fronte del porto: la logorante “strategia del bluff” del Movimento Trieste Libera

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La mattina di lunedì 10 febbraio Roberto Giurastante ha avuto la “felice” intuizione di pubblicare sul suo blog un post nel quale, oltre a confermare – forse inconsapevolmente – le ipotesi sugli interessi russi a Trieste fatte su Giap, tesse lodi al limite del servilismo per la presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Marina Monassi. Quest’ultima si sarebbe infatti opposta “all’italica macchina della truffa di Stato”, difendendo le prerogative del porto di Trieste.
La sera stessa, com’era prevedibile, sono iniziati invece i regolamenti di conti interni al MTL per il clamoroso flop/bluff dell’Ultimatum all’Italia, previsto per la stessa giornata. Fatto curioso nel calderone dei responsabili sono finiti proprio i lavoratori portuali, secondo alcuni “grandi assenti” nella giornata “decisiva”: diversi attivisti e simpatizzanti del MTL si sono infatti chiesti in alcuni post su Facebook come sia possibile che proprio la categoria che, a loro dire, beneficerebbe maggiormente del rilancio del porto di Trieste con gli strumenti offerti dal totem del Trattato di pace del 1947, invece non si sia spesa per la riuscita della manifestazione del 10 febbraio.

defini_La discussione da cui è tratto lo screenshot qui a fianco è stata rimossa, probabilmente perché – al di là degli insulti isterici – dimostrava innanzitutto che i lavoratori portuali triestini non sono quella massa di manovra che il MTL millantava di avere. Aver cooptato un’intera categoria di lavoratori tra le proprie fila è un ennesimo bluff di Trieste Libera, molto simile all’aver dichiarato in più occasioni di avere dalla propria parte la maggioranza della comunità slovena, rivelando anche in maniera imbarazzante la pretenziosità di tali affermazioni.
È da questo bluff che ha origine l’incidente degli insulti pubblici nei confronti dei lavoratori portuali triestini. E se dalle parti del MTL qualcuno si sta chiedendo se era possibile evitarlo, la risposta è no, non era possibile a meno di spiegare a certi attivisti e simpatizzanti che le ipotesi che il movimento sta facendo sul rilancio del porto di Trieste non sono altro che l’ennesimo patchwork di dichiarazioni roboanti, contraddittorie, non verificate. Dichiarazioni che spesso si riferiscono a una rozzissima lettura dei traffici marittimi globali che, da metà anni Novanta al 2007, avevano privilegiato il porto di Trieste – e in generale i porti del Mediterraneo – in un ciclo virtuoso di traffici dall’Estremo oriente, ciclo che però è terminato con la crisi e che si va ridefinendo per rotte e dimensioni.
Ciò che Trieste Libera si guarda bene dal dire, e tantomeno di spiegare ai propri attivisti, è che l’economia marittima è un fenomeno globale nel quale non esistono ricette salvifiche per un determinato territorio, che la merce non sceglie i suoi approdi per simpatia nei confronti di fondali un po’ più profondi o della tradizione marinara di una città, ma in base alla qualità e al costo dei servizi che può offrire non un singolo porto, e nemmeno tutto il suo hinterland – in regime di zona franca o meno –, ma le reti logistiche nelle quali porto e hinterland sono inseriti e, non ultima, l’economia reale di cui queste reti sono parte.

Ma, forse più di ogni altra cosa, sarebbe il caso di spiegare che la maggior parte di coloro che lavorano nei porti negli ultimi anni, più che condividere la condizione di quelli che li hanno preceduti in epoche in cui il lavoro portuale era ancora, perlomeno, garanzia di stabilità e di redditi sicuramente migliori di quelli medi operai, oggi sono perlopiù parte di quel tessuto sociale moltitudinario che definiamo *precariato*, che combatte ogni giorno con differenziali salariali imprevedibili e discontinui, orari massacranti e irregolari, scarsa sicurezza, previdenza quasi nulla, e una tutela sindacale quasi inutile quando non esplicitamente corrotta. Ovvero la condizione lavorativa di milioni di persone non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo. La condizione, per intenderci, voluta fortemente proprio da quegli interessi capitalistici ai quali il MTL sembra affidarsi ciecamente, confidando sulle loro doti taumaturgiche.

La domanda quindi è la stessa che poniamo da mesi: per quale motivo i lavoratori triestini dovrebbero lottare per godere di privilegi che, ad esempio, a quelli di Monfalcone non toccherebbero? Perché dovrebbero sostenere una proposta politica egoistica e provinciale come quella di Trieste Libera? In base a quale ragionamento razionale dovrebbero accettare di stare in un movimento che divide il mondo in chi è disposto a bersi acriticamente tutte le cazzate sul TLT contrapposto a chi, appena solleva un dubbio o azzarda una critica, finisce nel calderone dei nemici, assieme a nazionalisti e governanti italiani?
Del fatto che non avremo nemmeno stavolta risposte razionali e non populistiche a questa domanda ce ne siamo ormai fatti una ragione. Come siamo oramai certi che tutta la vicenda neoindipendentista triestina è un clamoroso bluff, talmente scoperto che Giurastante & co. spesso nemmeno provano a giocarlo fino in fondo…

giurasta

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Autore: albolivieri (Andrea Olivieri)

Il tizio dell'avatar è mio nonno paterno, Albano, in un'immagine scattata da quello materno, Nino, a metà anni Sessanta. "Albo" il suo nome di battaglia da partigiano. Durante la Seconda guerra mondiale era nel GAP inquadrato nella Brigata Intendenza "Montes", che operò nel Monfalconese. Per saperne di più consiglio di leggere questo.

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