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A volte riemergo

Il blocco nero del Primo maggio triestino

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10 febbraio 2014, il sen. Russo (PD), alle sue spalle i veri “italiani di Trieste” Menia e Rosolen, di fronte a loro i vessilli della Decima MAS

L’agghiacciante polemica contro i simboli partigiani nel corteo

Trieste il Primo maggio di quest’anno non festeggiava solo la festa dei lavoratori, ma anche un’importante ricorrenza storica: il settantesimo anniversario della cacciata delle truppe naziste dalla città.
A qualcuno il ricordo di questa vicenda, che dovrebbe essere patrimonio condiviso e intangibile della storia collettiva, non è mai piaciuto; fascisti e post-fascisti, ma anche nostalgici del Reich, magari camuffati da placidi ammiratori di monarchi asburgici, non hanno mai digerito che quel corteo rappresentasse anche un’occasione di festa e ritrovo per la Trieste antifascista e antirazzista, ancor più della celebrazione del 25 aprile.
Stavolta, a fronte di una bella manifestazione, affollata, combattiva e, malgrado tutto, allegra più del solito, terminato il corteo costoro sono riusciti a lanciare una gara vergognosa a demolire il senso profondo della giornata, umiliando chi vi ha partecipato. E trovando troppi volenterosi concorrenti.

0. DATI DI FATTO INCONTROVERTIBILI

1. Al termine della Seconda guerra mondiale e nei negoziati che portarono ai trattati di pace, l’Italia figurava tra le nazioni sconfitte, mentre la Iugoslavia era nel campo delle nazioni vincitrici, quelle che appunto avevano sconfitto il nazifascismo.
2. La Iugoslavia era una delle nazioni che aveva sottoscritto la Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1 gennaio 1942 con la quale si era formato uno schieramento di stati che si impegnavano a cooperare per l’obiettivo di sconfiggere il nazismo. È a questo schieramento che si fa riferimento quando si usa la parola “alleati”, che pertanto include anche l’ex Iugoslavia.
3. La bandiera della Iugoslavia, federazione di repubbliche alleata dello schieramento vincitore della Seconda guerra mondiale, era dal novembre 1943 un vessillo a strisce orizzontali bianco, rosso e blu con una stella rossa al centro, e tale sarebbe rimasto fino alla dissoluzione definitiva di quella federazione, nel 1992.
4. La bandiera tricolore bianco, rosso, verde con la stella rossa al centro fu il vessillo delle Brigate Garibaldi, le formazione partigiane più numerose della Resistenza italiana, di ispirazione comunista, più volte insignite di onorificenze ufficiali. Le Brigate Garibaldi nella Venezia Giulia furono per molto tempo le uniche formazioni partigiane italiane sul campo, e in generale operarono in stretto coordinamento con le formazioni partigiane slovene e croate e quindi con l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia.
5. L’insurrezione dichiarata dal CLN di Trieste il 30 aprile 1945 non aveva speranze di riuscire per il semplice motivo che il CLN non aveva il necessario radicamento popolare per far insorgere alcunché. Il PCI, diversamente dal resto d’Italia, non ne faceva parte. Quella dichiarazione serviva ad accreditare l’esistenza di una resistenza italiana non comunista in città nel momento in cui truppe regolari alleate sarebbero riuscite a raggiungerla.
6. Trieste venne liberata dai nazisti il 1° maggio 1945 dall’azione dell’Esercito Popolare di Liberazione della Iugoslavia.

1. Na juriš, o-hej, partizan, pred tabo svobode je dan!

2015, primo giorno di maggio. Sono a Trieste, la mia città, dopo alcuni mesi di assenza. Il corteo di quest’anno mi sorprende per la partecipazione. È addirittura pieno di giovani, malgrado l’ostinazione con cui i sindacati continuano a fissare l’appuntamento per le nove del mattino. Ma è festa. Sarà il piacere di rivedere facce amiche che non incontro da anni, sarà che quest’anno tutti sembrano essersi sforzati più del solito a portare strumenti musicali, a fare striscioni e coreografie, saranno i tanti bimbi che trovo in braccio o a fianco di amici e compagne di tante battaglie. Insomma, a Trieste quest’anno il corteo del Primo maggio era speciale.
La presenza di simbologie partigiane nel corteo della *festa dei lavoratori* è un aspetto tradizionale e ovvio a Trieste, città nella quale la lotta partigiana ha avuto carattere internazionale e prevalentemente operaio.
Qui gli operai sloveni, italiani e croati iniziarono la resistenza prima degli altri.
Grazie alla determinazione delle componenti slovena e croata, perseguitate per più di vent’anni dal fascismo e dai suoi predecessori.
Grazie alla presenza di una classe operaia unita, combattiva, multietnica, perseguitata e sfruttata da decenni, ma anche rafforzata, durante la guerra, dal bisogno vitale del suo lavoro, soprattutto nei cantieri navali, strategici per il regime fascista e le sue disastrose imprese.
E infine, grazie al fatto che quella resistenza era sostenuta, nei vicini Balcani, da un’altra che era diventata anche un progetto rivoluzionario e internazionalista.

Avevano iniziato prima, e finirono dopo. Trieste fu liberata dai nazisti il 1 maggio 1945, e sì, cazzo: quest’anno erano settanta anni esatti!

Settanta anni dal giorno in cui questa città – in cui lo squadrismo fascista aveva avuto il suo battesimo incendiando il Narodni Dom, da dove Mussolini aveva promulgato le leggi razziali per compiacere Hitler, che quest’ultimo aveva deciso di fare propria, acclarata l’incapacità dell’alleato, dopo l’8 settembre 1943 – aveva finalmente visto scomparire le insegne delle SS da una delle sue piazze principali e demolire in fretta e furia le tracce dell’unico forno crematorio operante in Europa meridionale.
Perché non festeggiare anche questo?
Se lo devono essere chiesti quel gruppo di manifestanti che nel corteo del Primo maggio si sono organizzati per ricordare al meglio *quella* Resistenza, facendo niente di molto diverso rispetto a tutti i cortei di ogni Primo maggio degli ultimi decenni, ma facendolo meglio: gonfaloni, copricapi, canzoni e cori della guerra partigiana nella Venezia Giulia. E bandiere. Bandiere perlopiù rosse, ma anche tricolori italiane con la stella rossa al centro – vessillo che le Brigate Garibaldi utilizzarono in tutta Italia -, e diverse bandiere iugoslave, anch’esse con la stella rossa al centro.

Truci e pericolosi titini prendono possesso di piazza Unità, visibili anche alcune fiere da battaglia...

Truci barbari titini prendono possesso di piazza Unità, visibile anche una rara fiera da combattimento.

Una presenza che non ha colpito né meravigliato nessuno delle migliaia di partecipanti, che si sappia (diverso il discorso per i sindacati organizzatori e non, come vedremo). Nessuno si è lamentato, quello spezzone di corteo era parte della festa. Come ogni anno, come era giusto che fosse in un anniversario così importante per *quella Resistenza*, che fu degna quanto quella dei partigiani Piemontesi o Emiliani. Popolare quanto quella dei Romani di San Lorenzo. Alleata quanto lo furono i marines Americani. Generosa quanto quella dimenticata dei Marocchini, degli Indiani e dei Maori della Nuova Zelanda che, provenendo da ogni angolo del mondo, si trovarono a combattere in un piccolo paese chiamato Italia, in fondo per liberarlo da sé stesso, dalla sciagura di essersi fatto governare per vent’anni da un pazzo guerrafondaio e quindi di essere finito nelle mani del suo alleato più potente. Perché il primo dato macroscopico da cui guardare a tutta questa vicenda è semplice: l’Italia, durante e alla fine della Seconda guerra mondiale, stava dalla stessa parte della Germania nazista, la parte che quella guerra avrebbe perso. Punto.

Come accade allora che nel giro di poche ore quella presenza, ma tutto quel corteo in fondo, sono finiti in una cloaca polemica e vergognosa che ha lo scopo ultimo di modificarne la natura?
Perché il segretario della CGIL del Friuli Venezia Giulia, il 3 maggio, due giorni dopo, ha sentito il bisogno di scrivere questo tweet?

I sindacalisti a cui Franco Belci fa riferimento sono con con molta probabilità quelli dell’UGL, il sindacato di destra di derivazione missina, forse presente con una sparuta delegazione al corteo, forse no, ma che non si è lasciato sfuggire l’occasione di forzare la mano a destra ai cugini della Cgil, con cui sembra abbia ormai, a Trieste, una collaborazione assidua, forse non solo tattica e vertenziale.
Perché quindi Belci ha anche steso un comunicato nel quale, partendo da una premessa condivisibile, ma che dovrebbe essere ovvia…

«Vorremmo che il centro destra dimostrasse altrettanto zelo in occasione delle manifestazioni di segno dichiaratamente filo nazista»

…ha finito per affermare con foga l’esatto contrario di quanto premesso, accodandosi al diktat dei suoi colleghi di estrema destra in questo comunicato?

2. Ucronìe e crocerossine naziste

A dare il tempo e intonare le prime strofe di quello che nei giorni seguenti diventerà lo spartito a cui tutti, da destra a sinistra, si adegueranno, è una fascista dichiarata. Alessia Rosolen, una carriera politica che inizia nel Fronte della Gioventù e attraversa tutte le reincarnazioni della destra fascista triestina, fino ad approdare ad incarichi rilevanti – assessore al Lavoro e consigliera regionale nella giunta Tondo, ora in consiglio comunale a Trieste – attraverso rotture, spesso di facciata e di calcolo politico, con le sue origini missine.
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Pare incredibile, ma il quotidiano locale di lingua italiana Il Piccolo, Gruppo Espresso, a questo auspicio risponde con un OBBEDISCO col quale sembra sentir risuonare un marziale battito di tacchi. Da notare: il tweet della Rosolen è delle 11:48, il post de Il Piccolo delle 14:28…
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…e lascia interdetti. Non tanto per la conferma del sottobosco ideologico che si muove nella redazione di quel giornale – e con cui certe sue blasonate firme, note per pregevoli florilegi su due ruote della natura mitteleuropea e multietnica della città, non hanno mai fatto i conti – ma per la castroneria storica che pretende di far passare e per il tono degno del peggior bullismo da caserma con cui viene spacciata. Tono a cui si adeguano volentieri molti lettori dello stesso giornale, come dimostrano i commenti.

La lettura di questo post mi sprofonda in una sorta di straniamento. Mi sento davvero come se dovessi mettermi nei panni di Hawthorne Abendsen, lo scrittore che ne La svastica sul sole, il romanzo ucronico di Philip K. Dick, fa sapere al mondo che, in un universo parallelo, la Seconda guerra mondiale non è stata vinta dai nazisti, come la realtà descritta dal romanzo di Dick sembra affermare, ma dagli americani. Quindi scrivo questo.
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Il giochino del Piccolo – con tanto di ipocrita citazione dantesca e strizzata d’occhio – sta nella cosiddetta “corsa per Trieste”, quel momento breve e grandioso nel quale a dirigersi verso Trieste, negli ultimi giorni di aprile del 1945, sono da sudest le truppe dell’esercito Iugoslavo, e da ovest quelle neozelandesi. È un fatto assodato che furono gli iugoslavi, il 1° maggio appunto, a entrare per primi in città, per poi restarvi quaranta giorni ma, ed è bene tenerlo presente, dividendo in quel mese e mezzo il campo con le altre truppe alleate, e soprattutto godendo dell’appoggio di una grossa fetta della popolazione, quella più operaia, sia slovena che italiana.
È questo il secondo punto che questa vicenda tenta di oscurare. Ma perché? Quei quaranta giorni, nella mitopoiesi vittimista italiana, sono diventati un periodo di tempo talmente sanguinario e di terrore da permettere di ignorare quasi mezzo secolo di massacri che hanno attraversato queste terre. Al punto che, ancora oggi, un esponente del centro-destra non ha il minimo pudore a considerare quel breve lasso di tempo *peggiore* di due anni di amministrazione nazista, durante i quali migliaia di persone furono uccise e torturate nella città “cara al cuore degli Italiani” o da essa deportate verso i lager nazisti.
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3. Non si parla senza sapere: foibe, esodo, manipolazioni

La corsa per Trieste, il conflitto tra la maggioranza dei partigiani giuliani e il locale CLN (che il PCI triestino prima e il CLNAI poi sconfessarono), l’onnipresente questione delle foibe, le complicata ricostruzione dei nove anni che seguirono quel primo maggio 1945…
È anche nella inevitabile complessità di tutto ciò che si nasconde il marcio di questa vicenda, nella pigrizia intellettuale di molti, nell’interessata distrazione di massa orchestrata da alcuni.
Sono tutte vicende ovviamente non riassumibili nello spazio di questo articolo. Ma il punto che va tenuto fermo è che non si è legittimati a dichiarare alcunché senza averle studiate, con rigore e onestà intellettuale.
Vale quindi la pena perlomeno segnalare alcuni materiali (reperibili online) che permettono di inquadrarle e, per chi lo volesse, approfondire alle fonti i singoli aspetti.
Lorenzo Filipaz è autore di un post indispensabile pubblicato su Giap, ed emblematicamente intitolato #Foibe o #Esodo? «Frequently Asked Questions» per il #GiornodelRicordo.
Lo storico Piero Purini e il gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki» hanno prodotto un documento fondamentale per capire di quali mezzi si sia servita la propaganda fascista per trasformare le conseguenze di vent’anni di soprusi e violenza fascista in una narrazione tossica e pantagruelica destinata a condizionare il dibattito politico italiano – già disastroso di suo –, portando sulle posizioni dell’estrema destra un’intera classe politica (con rare eccezioni).
E nello specifico della cosiddetta “vicenda delle foibe”, a cui non si ha pudore di appiccicare con noncuranza una parola, genocidio, che andrebbe usata con la sacrale parsimonia che le è dovuta, va perlomeno letto, nella sua interezza, il contributo di uno storico che, soprattutto, fu un testimone diretto di quei fatti, senza poter essere sospettato di partigianeria, dal momento che Galliano Fogar nella temperie della Seconda guerra mondiale non fu mai comunista, ma anzi militò in Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli, poi divenuto Partito d’Azione. Oltre all’aspetto dei “numeri”, su cui Fogar fa un pregevole lavoro di smontaggio nella prima parte dell’articolo, è indispensabile tutta la seconda parte che riassume un contesto di lungo periodo, senza il quale non è possibile capire di cosa parliamo veramente quando parliamo di “foibe”.
Infine un mio articolo di due anni fa che, tentando di ricostruire le origini dell’indipendentismo triestino, permette di farsi un quadro di alcuni aspetti inerenti alla (non) identità della città di Trieste e del quadro storico in cui si svolse la guerra diplomatica che portò, col Trattato di Parigi del 1947, a porre le basi per la consegna della città alla nazione che se l’era giocata in una guerra poi persa.

4. Black bloc

Stupirsi del post sulla pagina facebook de Il Piccolo non vale davvero la pena. Stiamo parlando di un giornale che, tanto per dare l’idea, il 20 aprile del 1945 – dieci giorni prima della disfatta nazista! – celebrava in prima pagina il compleanno di Adolf Hitler e riproduceva il più recente comizio “al popolo germanico” di… Göebbels.
hitler_BdayStiamo parlando quindi di un giornale che fu convintamente e fino all’ultimo nazista. Il cui direttore di allora, Rodolfo Maucci, faceva scelte editoriali ben chiare, come testimonia quella prima pagina del 20 aprile 1945. Eppure Il Piccolo di oggi ne giustifica ancora l’operato, descrivendolo come un impotente burocrate, mero esecutore di ordini inappellabili, la stessa linea di difesa utilizzata, per dire, dal boia nazista Adolf Eichmann, e magistralmente descritta da Hannah Arendt nella famosa frase sulla “assoluta banalità del male”.
Il Piccolo giustifica il suo ex-direttore nazista e, per sovrapprezzo, dà degli sconfitti ai vincitori!
Se stupirsi è inutile, indignarsi e denunciare è doveroso.

Eppure non accade. Anzi.
A partire dal tweet di Alessia Rosolen e dalla pronta reazione de Il Piccolo, la politica triestina sembra fare a gara nel condannare “la vergognosa esposizione di vessilli titini”.

Il primo ad accodarsi è il sindaco PD Roberto Cosolini. Tirato in ballo, forse timoroso che si tratti di uno dei tanti episodi di una campagna elettorale dalla quale spera di uscire confermato nel 2016, o magari sperando di usarlo per liberarsi della zavorra a sinistra e perfezionare qualche accordo sottobanco proprio con Alessia Rosolen e il suo compagno di vita e politica, Franco Bandelli – da alcuni anni due vere e proprie mine vaganti del contesto politico triestino e regionale -, Cosolini confeziona una dichiarazione pilatesca e cerchiobottista centrata sulla retorica del “guardare avanti”.
Da questa prospettiva riesce nell’impresa di condannare l’ostentazione della simbologia partigiana, senza cadere nelle affermazioni storicamente grottesche de Il Piccolo.
Peccato però che in tutti questi anni non abbia avuto problemi a presenziare alle varie celebrazioni in ricordo dei “martiri delle foibe”. E che mai si sia sognato di chiedere che in quelle celebrazioni non venissero ostentati vessilli e slogan che definire “divisivi” è un eufemismo, dal momento che celebrano le gesta di battaglioni d’assalto della Repubblica… di Salò!

Di questa cerimonia è disponibile anche il video che vale davvero la pena per capire tutto il contesto. Oltre a Cosolini a mettersi sull’attenti davanti alle insegne della Decima Mas notiamo anche il senatore PD Francesco Russo. Alle sue spalle, sghignazzante e particolarmente euforica, Alessia Rosolen in compagnia del camerata Roberto Menia.

Questo invece, è Everest Bertoli, capogruppo consiliare di Forza Italia, che tocca vette davvero alte di ridicolo chiedendo di perseguire per via giudiziaria chi ha esposto il vessillo delle Brigate Garibaldi, le formazione partigiane più numerose della Resistenza italiana, di ispirazione comunista, più volte insignite di onorificenze ufficiali.
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E prima ancora di Franco Belci, di cui abbiamo già detto, sono gli ormai onnipresenti “neoindipendentisti” triestini a unirsi al coro istituzionale di condanna della celebrazione per la liberazione di Trieste dai nazisti. Nello specifico la frazione di questa compagine che ora si fa chiamare Territorio Libero e Triest NGO. La parte, per capirsi, che a parole ripudia del tutto la sovranità italiana su Trieste, e fa appello indifferentemente alla “madre patria” austriaca o a Vladimir Putin affinché rilevino dall’Italia la sovranità su Trieste in base al Trattato di pace di Parigi.
Da notare: anche l’altra frazione indipendentista, il Movimento Trieste Libera, coltiva nostalgie asburgiche e considera un suo possibile alfiere Putin, ma con una differenza importante, che consiste nel fatto che Territorio Libero invoca platealmente l’inclusione nella città-stato di Trieste anche dell’ex zona B, ovvero quella parte di retroterra giuliano che ora ricade sotto la sovranità di Slovenia e Croazia. È, questo della zona B, un vecchio cavallo di battaglia della destra nazionalista italiana e delle associazioni degli esuli istriani, una coincidenza che la dice lunga sul retroterra ideologico dei sedicenti “indipendentisti”.

5. Foibe ebraiche, l’eroico figlio de Bepi “s’ciavo” e altri esodi

In tutto questo “ambaradàn” si susseguono falsità e omissioni. Una di queste è, ad esempio, quella riguardante altre foibe che nessuno cita mai volentieri, e di cui infatti non si fa cenno in nessun dibattito politico. Gigi Bettoli, cooperatore sociale e storico friulano, è l’unica voce che, in tempo reale, intuisce la portata e l’ipocrisia di quanto sta montando intorno al corteo del Primo maggio triestino. In un bell’articolo si chiede se Trieste riuscirà mai a liberarsi dalla demagogia nazionalista, segnalando la sproporzione tra la narrazione tossica sulle “foibe titine” e un’altra, quella inesistente sulle “foibe ebraiche”: non molto lontano da Trieste, e nello stesso periodo dei famigerati quaranta giorni, vi furono molte altre vittime di vendette e regolamenti di conti, ma stavolta per mano della Brigata ebraica che operò tra l’Alto Friuli e la Carinzia. Sarebbe interessante sapere da Alessia Rosolen se chiederà di vietare anche le bandiere ebraiche dalle manifestazioni.

Un’altra idiozia vergognosa dei fascisti che si sono precipitati a condannare “la parata titoista” dimostra una volta di più la loro abissale ignoranza della storia di questa città e dei suoi figli più degni. Hanno destato scandalo le magliette indossate dallo “spezzone resistente” poiché avrebbero riportato il volto di Josip Broz Tito. Peccato che quello raffigurato non sia il maresciallo, ma un triestino “patòco” di nome Pinko Tomažič, attivista comunista fin da giovanissimo, sloveno, fucilato con altri quattro nel 1941 ad Opicina, dopo il secondo processo istruito dal Tribunale speciale fascista.
Eppure con Tomažič la stragrande maggioranza dei triestini ha, senza saperlo, un rapporto molto stretto che meriterebbe più affetto. Pino era infatti il figlio di Josip, quel Giuseppe che in dialetto diventa Bepi, e che diede il nome a uno dei più popolari locali della cucina triestina, tuttora in attività.
La sorella di Pino, Danica, e il marito di questa, Stanko Vuk, furono uccisi nel marzo del 1944, mentre Josip “Bepi” morì nei bombardamenti che colpirono la città nel giugno dello stesso anno.
Lo splendido libro di Fulvio Tomizza intitolato Gli sposi di via Rossetti ricostruisce il drammatico e ancora irrisolto assassinio di Danica e Vuk, e quindi le vicende della famiglia Tomažič e degli sloveni di Trieste. (Se avete la fortuna di trovarne una copia.)

Una delle falsità più plateali a saltare fuori sta infine nella mozione urgente che la stessa Alessia Rosolen, con alcuni camerati storici che siedono con lei in Consiglio comunale, presenta il lunedì successivo con l’obiettivo di costringere il Comune a condannare l’episodio (“Mozione urgente. Condanna dell’esposizione di simboli dell’ex-Jugoslavia durante la celebrazione della festa del lavoro del 1° maggio 2015”. Per la cronaca questa mozione verrà bocciata, mentre la maggioranza di centro-sinistra, Rifondazione esclusa, ne farà approvare un’altra che ricalca quanto già scritto dal sindaco, aggiungendo la coda di un’ennesima celebrazione prevista per il 12 giugno, a loro avviso vera liberazione di Trieste per la partenza delle truppe iugoslave…).
Scrivono Rosolen e camerati nella parte finale del testo:

«[…] ritiene che la bandiera jugoslava e i personaggi che lo scorso 1° maggio la esibivano, abbiano offeso anche la memoria di quei 2000 lavoratori operai comunisti che, nell’immediato dopoguerra, partirono da Monfalcone per raggiungere la Repubblica di Tito, attratti dal mito del socialismo reale, e finirono, invece, internati da innocenti nel gulag di Goli Otok, sul cui pennone garriva la medesima bandiera esibita a Trieste per la Festa dei lavoratori.»

Ehm…
In un pezzo pubblicato su questo blog, in cui parlo di pallacanestro per parlare d’altro, racconto di come tutto il ramo paterno della mia famiglia si trasferì in Iugoslavia nell’autunno del 1946.
Per fare breve una storia lunga:
– partirono per Fiume mio nonno Albano Olivieri, i suoi fratelli Nerone e Ottone, la sorella Nivea, i miei bisnonni Oliviero e Maria, mia nonna Leda e un neonato di nome Adriano, cioè mio padre;
– mio nonno Albano, già partigiano dei Gap monfalconesi, lavoratore ai cantieri di quella città, era l’unico attivista a tempo pieno di tutta la comitiva (“rivoluzionario di professione”, nel linguaggio di allora). Ed effettivamente fu spinto a dirigersi in Iugoslavia per ragioni politiche, ma soprattutto perché, a causa della sua attività politica e sindacale, stava per essere arrestato per la terza volta dal Force Security Service anglo-americano che aveva deciso di stroncare il movimento sindacale unitario e multietnico nella Venezia Giulia, per sostituirlo con la più malleabile e filo-italiana CGIL, allora minoritaria;
– Albano venne effettivamente arrestato a Fiume nel 1948, in quanto tra gli organizzatori di un’assemblea nella quale venne discussa e condivisa la famosa mozione del Cominform con cui Stalin ripudiava Tito, assemblea che ebbe l’ardire di trasformarsi in corteo per le vie della città. Col senno di poi si possono fare molte considerazioni su questo punto, ma non è questa la sede…
… ma quel che è certo è che si tratta di considerazioni che gente come Alessia Rosolen non deve permettersi di fare nemmeno dopo qualche ora di gargarismi.
– mio nonno, per aver condiviso un documento durissimo di scomunica nei confronti della dirigenza del paese che lo aveva accolto, NON finì mai a Goli Otok ma, dopo un mese di galera a Fiume, venne confinato con moglie e figlio a Zenica, in Bosnia, che non era certo una località di villeggiatura, ma nemmeno un gulag;
– gli altri componenti della famiglia erano partiti per il primo motivo per cui, da che mondo è mondo, si emigra: la fame. Come conseguenza della sconfitta italiana, la disoccupazione investì Monfalcone e i suoi cantieri, dove peraltro buona parte della manodopera – che si era unita in massa alla guerra partigiana – venne progressivamente sostituita dalle migliaia di esuli provenienti dall’Istria;
– nessuno degli altri familiari ebbe a subire conseguenze in Iugoslavia per l’arresto di mio nonno. Quasi tutti fecero ritorno in Italia, con tempistiche diverse – mio prozio Ottone ebbe anche una discreta carriera come giocatore di pallacanestro, disputando anche un Europeo con la maglia della Iugoslavia, come appunto racconto altrove. Rientrarono tutti tranne il più giovane, Nerone, che mise su famiglia, divenne un valido insegnante di educazione fisica e morì nel dicembre 2013, dopo una vecchiezza serena e gioiosa da pensionato ex-iugoslavo e poi sloveno.

Credo che queste note personali siano sufficienti a inquadrare nella giusta prospettiva le cazzate dei fascisti triestini su Goli Otok e la Iugoslavia di Tito. Ad esse va aggiunto che a mio nonno venne data la possibilità di rientrare in Italia nel 1949. Qui trovò solo disoccupazione e lavori umili e precari – ai quali si adeguò con tutta la dignità di cui era capace -, un movimento operaio sfiancato dai giochi di potere dell’Italietta di Don Camillo e Peppone, e l’ostracismo dei connazionali che non perdonavano a quelli come lui l’ardire di essersi battuti per una rivoluzione internazionalista. Quel ostracismo, nelle parole del comunicato dei fascisti triestini, diventa oltraggio, il tentativo di appropriarsi di una storia nella quale essi hanno interpretato la parte del boia. Non vi sono davvero altri commenti per questo, tranne uno: alla larga dalla nostra storia, voi siete i nostri nemici!

6. Razzismo antislavo e odio di classe, per il domani

A dirla tutta chi ne esce peggio da questa vicenda sono il sindaco di Trieste e il segretario della CGIL del Friuli Venezia Giulia.
Non tanto, e non solo, per la totale subalternità che hanno dimostrato alla retorica nazionalista, fascista e razzista. Più spregevole di tutto è il loro continuo richiamo al “futuro”, la retorica renziana del “guardare avanti” con cui hanno motivato le loro dichiarazioni.
Le questioni di estrema attualità che la campagna diffamatoria della Resistenza nella Venezia Giulia pone, stendono un filo rosso che unisce questo episodio locale con le drammatiche vicende delle migrazioni nel mondo globale e con la condizione umiliante in cui versa il lavoro in Italia e nel mondo.
Il razzismo antislavo che è riemerso prepotente in questi giorni, che i comunicati di rappresentanti sindacali e politici (tutti) fomentano, che migliaia di utili idioti e leoni da tastiera hanno diffuso dietro al paravento della “dignità nazionale” e al grido di “morte agli amici degli infoibatori”, va di pari passo con la canea xenofoba a cui stiamo assistendo ormai da anni e che ha raggiunto vette di plateale fascismo diffuso nelle scorse settimane. Molti commenti sui social network hanno infatti unito l’episodio delle “bandiere iugoslave” con la solfa ripugnante su “l’invasione straniera”. Ecco un esempio paradigmatico della misura in cui stanno sboccando i pozzi neri della cattiva coscienza di tanti “italiani brava gente”…
Ma quanto successo ha anche a che fare con la condizione di disperazione in cui milioni di persone in Italia sono sprofondate per l’impossibilità a guadagnarsi di che vivere con un lavoro degno, non umiliante e non sottopagato, private di ogni sostegno economico, abitativo, del diritto alla salute, all’istruzione, alla mobilità. Parla del modo in cui una giornata che dovrebbe servire a rinsaldare legami di mutualità e di solidarietà, indispensabili a resistere all’avanzare dell’ideologia neoliberista e al suo fascismo intrinseco, dopo essere stata ridotta per anni a rituale celebrazione, rischia ora di diventare persino simbolo di una nuova “unità nazionale” strumentale a reprimere qualsiasi dissenso al pensiero unico.

Il problema che Belci e la CGIL non si pongono – tantomeno il PD, avviato all’edificazione del Partito della Nazione -, ciò che letteralmente non capiscono o fanno finta di non capire di questa vicenda, è che l’attacco ai simboli partigiani orchestrato dai fascisti storici triestini, avallato dal Piccolo, ma fatto proprio, guarda caso, anche dai sedicenti indipendentisti, fa parte a pieno titolo della lotta di classe, ma quella combattuta dalla parte della barricata che ha in odio i lavoratori, i poveri, gli esclusi, i subalterni, i migranti. È lotta di classe vista dalla parte di chi non ha mai smesso di combatterla, pur negandone l’esistenza stessa, così come tenta di negare che la Iugoslavia sia stata un’alleata determinante per abbattere il mostro nazista.
Concordia nazionale e una memoria unica e condivisa sono i piedistalli su cui poggiano le politiche neoliberiste e il divieto per decreto di contestarle. Chi ha in odio i simboli partigiani è chi ha in odio i lavoratori, e vuole recintarne la memoria perché sa che la consapevolezza di essere parte di una storia di ribellione e insubordinazione al capitale è un’arma.
Ciò che si vuole mascherare, dietro al paravento dell’unità nazionale, è il fatto storico che la Resistenza, soprattutto nella Venezia Giulia, prima di tutto la fecero i lavoratori e le lavoratrici, la classe operaia multietnica di queste zone, tutti e tutte coloro che erano stufi di essere intruppati nei continui massacri che, in nome di questa o quella patria, servivano a regolare i conti interni al capitalismo.
Se la Iugoslavia di Tito rappresentò un orizzonte di riscatto per questa moltitudine fu grazie al fatto che *quella* resistenza non parlava solo sloveno o serbo croato, e tantomeno solo italiano, ma sua lingua era quella degli oppressi, dei senza bandiera, degli esclusi.
Se oggi a 70 anni di distanza si vuole cancellare quella memoria è proprio per minare alle fondamenta il futuro a cui Belci tenta ritualmente di alludere nel suo comunicato, dimostrando una volta di più l’incapacità del principale sindacato italiano di interpretare la realtà del lavoro precarizzato e umiliato, e tantomeno di tradurne in pratica gli esiti conflittuali di cui necessita. Farebbe bene invece a ricordare che coloro a cui pretende di imporre quale sia la memoria *giusta* da coltivare, sono gli stessi e le stesse che oggi sono stremate da decenni di decisioni sbagliate e di concertazione al ribasso, umiliate da una sequela di provvedimenti e di accordi che vanno dal pacchetto Treu al Job’s act, passando per la Turco-Napolitano che ha posto le basi del razzismo diffuso da cui questo paese e l’Europa oggi sono culturalmente invasi. E che lui non è capace di vedere anche nel suo stesso comunicato.

7. Il nostro tempo, la nostra storia e il tempo zero della loro storia

È indicativo che Franco Belci distingua ciò che può essere ricordato il 25 aprile da ciò che può andar bene il 1° di maggio, come se le celebrazioni della Resistenza, una storia operaia, debbano essere confinate tra le mura della Risiera di San Sabba, ormai un evento prêt-à-porter per sindaci e amministratori di qualsiasi colore, magari eletti dagli stessi triestini che simpatizzano ancora per Mussolini e il Terzo Reich.
Inevitabile quindi chiedersi, dal punto di vista dei movimenti, o di chi è alla ricerca di alternative alla squallida offerta politica locale, in che modo sottrarsi alla recinzione della memoria – intesa come strumento di coesione e solidarietà -, per salvarla dalla compatibilità con il pensiero unico neoliberista, in uno scenario che ci consegna solo l’immagine del successo individuale come unica via per una vita degna.
Ma è anche la responsabilità di tutte e tutti noi ad essere chiamata in causa, soprattutto in una giornata che, nella Mayday #noexpo a Milano, ha rivelato la difficoltà, ormai estrema, a muoversi in spazi e tempi recintati dal potere per esercitare non solo il diritto al dissenso, ma anche la prefigurazione di alternative reali, solide, capaci di durare e di riprodursi.
Ci interroga anche sul senso e l’attualità dell’antifascismo, sui modi con cui il fascismo va affrontato quando tenta di riemergere a viso aperto dalle fogne della storia – come potrebbe accadere a Gorizia il prossimo 23 maggio -, ma anche quando si fa cattiva coscienza e razzismo diffusi, infettando pezzi di società che invece dovrebbero essere i primi a individuarlo come nemico.
Difficile, molto difficile. Anche perché – e questo è il senso del flashback che chiude questo articolo – la via più breve è anche quella che ci ricaccia sul terreno scelto dai nostri nemici. Se è comprensibile la tentazione di opporre ai loro simboli e alla loro storia contraffatta, quelli che immaginiamo essere simboli e storie *opposti*, i rischi che si corrono sono molti. Nel peggiore dei casi si rischia di finire come Giulietto Chiesa, a glorificare l’Armata Rossa al Bagaglino, di fronte a una platea di fascistoni.
In un’eventualità meno grottesca, si rischia di trasformare il passato in dogma, restando incastrati nella convinzione immobilizzante che quello che viviamo sia un tempo senza qualità, puro chronos, rinunciando ad essere noi stessi partigiani, cercatori di un altro kairos.
Bisogna essere in totale malafede, o molto miopi, per non capire che non è stato questo il caso del doveroso ricordo del 70° anniversario della disfatta nazista a Trieste, rivendicazione orgogliosa della propria storia, che ci parla dei conflitti reali di oggi.

Infine, un flashback: ché io le bandiere non le sopporto!

“We draw lines and stay behind them,
that’s why flags are such ugly things that
they should never touch the ground!”
(Fugazi, Facet squared)

Aprile 1999, l’undici. Camminiamo in un corteo piuttosto sfilacciato nei campi fangosi attorno alla base americana di Aviano. Da là in quei giorni partono i bombardieri diretti a riversare il loro carico sulla città di Belgrado. La polizia ha da poco smesso di gasarci di lacrimogeni. Rientriamo verso la strada, incordonati per non disperderci nel casino e nel caso di una carica.
Alla nostra destra sbucano alcuni tizi, uno sventola una bandiera, tre strisce orizzontali: bianco, rosso e blu. Se c’è una stella rossa nel mezzo io non la vedo, se ci fosse non farebbe molta differenza: gli slogan che spacciano Slobodan Milošević per vittima *innocente* della Nato e dell’imperialismo americano non li ho mandati giù. Mascherare la simpatia per la dirigenza serba di allora dietro al ricordo di una Federazione socialista ormai dissolta, mentre quella stessa dirigenza si distingue nella gara a chi massacra più civili – già cittadini di quella Federazione -, lo trovo asincrono e più che ambiguo. Punto.

«E butila via quela bandiera del cazzo», grido rivolto allo sbandieratore, «No xe morta ‘bastanza gente per qualche bandiera inutile?»
Quello per tutta risposta mi omaggia di un dito medio. Scambio di insulti, gente che sostiene che ho offeso la guerra partigiana (sì, come no!), che non porto rispetto al popolo iugoslavo. Breve parapiglia, qualche spintone, poi i tizi ripiegano la bandiera, giusto il tempo di allontanarsi dal nostro spezzone. Dialettica.

Il motivo di quell’alterco – inutile e fastidioso, forse evitabile, forse no – è la sintesi di quanto stava accadendo in quei mesi.
Riguardo a quella guerra, e in particolare ai bombardamenti su Belgrado, il movimento di cui ero parte aveva preso una posizione scomodissima, ma l’unica in grado di sottrarci al ricatto dei “democratici di sinistra” nostrani o dei nazionalisti filo-serbi. La riassumeva la frase centrale di un documento che l’allora subcomandante Marcos aveva inviato in quell’occasione ai movimenti europei: “Nulla legittima la guerra etnica di Milošević. Nulla legittima la guerra «umanitaria» della Nato.”
Al netto dei limiti di quei movimenti, della sconfitta che subirono, delle forme della dialettica al loro interno, resto convinto che avevamo ragione, sono felice di non aver mai fatto il tifo né per un bombardiere né per un torturatore.

* * * *

Questo post di Carsica non sarebbe stato possibile senza la collaborazione e lo scambio, su Twitter e altrove, con @majap, @Monster_Chonja, @AlessandroMetz e Wu Ming 1

* I commenti sono aperti e moderati con discontinuità. Se non li vedete apparire in breve abbiate pazienza. I commenti di contenuto fascista, razzista, xenofobo, o non pertinenti non saranno pubblicati.

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Autore: albolivieri (Andrea Olivieri)

Il tizio dell'avatar è mio nonno paterno, Albano, in un'immagine scattata da quello materno, Nino, a metà anni Sessanta. "Albo" il suo nome di battaglia da partigiano. Durante la Seconda guerra mondiale era nel GAP inquadrato nella Brigata Intendenza "Montes", che operò nel Monfalconese. Per saperne di più consiglio di leggere questo.

17 thoughts on “Il blocco nero del Primo maggio triestino

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  3. Complimenti per lo splendido testo. Non so quando sia iniziata la resa incondizionata della sinistra “riformista” di Trieste al nazionalismo (con il famoso discorso di Violante e Fini? o prima?). Sarebbe bene far notare a quei signori (per me purtroppo ex-compagni…) che in Alto Adige/Sudtirol questo discorso del “superiamo il conflitto ideologico fascismo/antifascismo, guardiamo avanti” è cominciato già nel 1945 all’indomani della liberazione. A Bolzano non c’era una classe operaia organizzata e multietnica come quella triestina, italofoni altoatesini e germanofoni sudtirolesi vivevano (e vivono) separati. Fu facile all’SVP imbarcare gli ex-
    nazisti in nome del “siamo tutti tedeschi”, mentre nel contempo un CLN bolzanino egemonizzato da democristiani e liberali imbarcava gli ex-fascisti.
    Il Risultato? il permanere dell’odio etnico e della discriminazione, sfociati nella stagione degli attentati separatisti e in decine e decine di morti. E poi una pace basata sulla separazione etnica che perpetua la divisione tra italofoni e germanofoni in Alto Adige/Sudtirol e la distanza della provincia di Bolzano da noi trentini.
    Insomma voler superare il conflitto ideologico “fascismo/antifascismo” porta a perpetuare il conflitto nazionale.
    Io non credo che quanto avviene in terre di frontiera come il Friuli Venezia Giulia, il Trentino e l’Alto Adige/ Sudtirol sia qualcosa di insignificante e periferico, ma piuttosto che sia lo specchio tramite cui comprendere il fallimento del processo di unificazione europea guidato dalle diverse borghesie nazionali. La “loro” Europa sedicente unita è solo un recinto di regole ispirate al più dogmatico neoliberismo, un recinto all’interno del quale concorrono i diversi imperialismi a spese dei popoli d’Europa e delle aree circostanti.
    Per questo oggi l’antifascismo è tutto fuorché residuale. A mio parere compito degli antifascisti è lottare per scuotere l’attuale assetto mettendo in guardia dalle tentazioni “sovraniste”, di fatto nazionaliste, ampiamente presenti nell’opinione pubblica . Insomma solo lottando contro i nazionalismi, il razzismo e il neoliberismo si può costruire davvero uno stato europeo, solo gli antifascisti possono fare davvero l’Europa

  4. Qua si trova il filmato *ufficiale* della cerimonia a Basovizza il 10.2.2014. Nel montaggio si evita accuratamente di mostrare il gagliardetto della X Mas (al minuto 1:00 si intravvede di sfuggita, coperto però dal tricolore – di salò )

    http://www.regione.fvg.it/rafvg/comunicati/comunicato.act;jsessionid=041B4F8D8CD76543B12F5E7EC21D5F26?dir=/rafvg/cms/RAFVG/notiziedallagiunta/&nm=20140210124720001&template=print

  5. felice di essere stato portato fin qui e di aver letto fino in fondo.
    grazie andrea!

  6. Mi pare opportuno segnalare qui il discorso di Furio Honsell, sindaco di Udine, del 7 settembre 2014 in omaggio ai quattro antifascisti sloveni condannati a morte dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato nel 1930, ovvero al termine di quello che è passato alla storia come il “primo processo di Trieste”.
    Se volessimo vedere le cose come usa fare la retorica nazionalista, in sé l’episodio di questa fucilazione la direbbe lunga sulla questione del “chi ha cominciato prima”.
    Ma quello che mi interessa sottolineare, è l’abisso tra l’atteggiamento e i modi dell’antifascismo nelle parole di Honsell – prive di retorica, cariche di “pietas”, ma soprattutto storicamente ponderate – e l’antifascismo di maniera che hanno dimostrato in occasione del Primo maggio 2015 il sindaco di Trieste e il segretario regionale della CGIL.
    A ben vedere dai loro interventi emerge, compatto e non scalfito dal tempo, il razzismo antislavo tipico di una certa borghesia triestina, un congenito senso di superiorità che condiziona il vivere civile di quella città da decenni.
    Lo stesso atteggiamento che si può intuire dal loro totale silenzio seguito alla pubblicazione di questo articolo – più di 6.000 visualizzazioni in cinque giorni, BTW! – e alle domande che Gigi Bettoli ha posto a Franco Belci ed Adriano Sincovich in qualità non solo di responsabili del sindacato a cui è iscritto ma anche di ex storici.
    (grazie @Monster_Chonja per la segnalazione)

  7. Intanto spiace registrare l’arroganza di Belci nel non rispondere alle questioni poste nell’articolo:

    • Per non parlare di Cosolini

      • C’è voluta la provocazione per stanare il sindaco di Trieste e il segretario della CGIL regionale, c’è da augurarsi che serva ad evitare che tutta questa faccenda finisca nel dimenticatoio per i prossimi dodici mesi. Non speriamoci troppo però.
        Mentre a personaggi che da decenni soffiano sul fuoco dell’odio etnico viene accordata immediatamente replica e considerazione, si tenta invece di ignorare, persino fingere che non esista, chi prova ad andare a fondo delle questioni: così facendo i *fatti* e le considerazioni riportati in questo articolo – frutto di un lavoro collettivo e non della singola persona che li ha assemblati – rischiano di restare ignorati.
        E come molt* hanno scritto in questi giorni, se il sindaco che magari hai votato e il segretario del tuo sindacato si accodano, con distinguo davvero labili, ai cori e alla falsa indignazione dei fascisti, c’è davvero da preoccuparsi.

        In breve, il problema è questo: da qualche lustro ormai il centro sinistra italiano ha assunto il tema ideologico della “memoria condivisa” per realizzare l’antico obiettivo politico dell’Unità nazionale. L’antecedente storico di questa scelta è l’amnistia con cui Togliatti nel 1948 permise a migliaia di “volonterosi carnefici” di Mussolini (e anche di Hitler) di farla franca. La tappa “post-moderna” di questo percorso fu l’incontro Violante-Fini a Trieste nel 1998, quello che servì a edificare il mito nazionale delle foibe.

        Il sindaco Cosolini con questo dovrebbe fare i conti, anziché offendersi se qualcuno spiega che le sue parole rischiano di rafforzare una cultura di razzismo diffuso – spesso inconsapevole e quindi tanto più grave – contro “gli slavi”: ciò che la polemica assurda sulle bandiere “iugoslave” rivela è che dopo 17 anni da quell’incontro tra Violante e Fini “memoria condivisa” significa via libera ai fascisti per celebrare come eroi i propri morti (veri, ma soprattutto presunti), e condanna “senza se e senza ma” di chi celebra la memoria dei resistenti, poiché farlo sarebbe un gesto “divisivo”.
        Non sembra proprio uno scambio equo, anche volendo considerare la cosa sotto un profilo di realpolitik. Ma come appunto è stato ribadito in questi giorni da più parti, sembra sia questa la strategia del PD per la costruzione dei presupposti culturali del Partito della nazione. Tocca solo prenderne atto? E ai triestini tocca farlo anche in vista delle elezioni amministrative del 2016?

        Il discorso per quanto riguarda Franco Belci è più ampio, ma riguarda anche noi, come già scrivevo: utilizzando ancora la retorica del “guardare avanti” il segretario della CGIL mostra una volta di più di interpretare un ruolo burocratico, da “tecnico” (nel senso in cui lo potrebbe intendere un Monti, per capirsi). Nel suo orizzonte non è contemplata la possibilità che “conflitto” possa significare qualcosa di più di una normale vertenza sindacale, di qualche sciopero tattico e opportunamente concordato, seguendo le norme stabilite con gli stessi industriali, e che essere sindacato significhi di più che il raccogliere adesioni tramite tesseramento.
        Il messaggio che è stato dato con la vicenda delle bandiere al corteo del Primo maggio è il classico ”il sindacato non fa politica”. Peccato però che pezzi importanti di società stiano reclamando proprio il contrario, e che la fortuna di certi sindacati stia solo nel fatto che, (per ora!), le molteplici forme del conflitto di classe che dal basso attraversano questo paese, l’Europa e il mondo, non hanno ancora trovato un terreno comune in cui riconoscersi reciprocamente contro un nemico, il neoliberismo, che al contrario in quel conflitto è capace di straordinaria coesione. Come ho scritto, resto convinto che la levata di scudi contro lo “spezzone resistente” del Primo maggio abbia più a che fare con le necessità tattiche di quella coesione che con le nostalgie di chicchessia.

    • Sono la nipote di quello che tu dichiari un direttore di giornale “nazista” prima di parlare di mio nonno dovresti leggere il suo diario!mio padre invece è stato uno dei fortunati che ha aiutato a portare alla luce i resti di quelle persone che furono gettate nelle foibe, dove furono ritrovati corpi decomposti, con mani e piedi legati Tedeschi, Italiani e persone che nulla avevano a che fare con governi, guerre o altro ma che erano invise a chi voleva magari la loro casa. Iil tutto documentato da fotografie terribili ed incredibili. Una grotta fu chiusa e sigillata dal comando americano in quanto i resti erano solo più di 1 metro di altezza sul fondo di carne liquida ormai troppo decomposta per poter fare dei riconoscimenti. Certo Le fotografie sono state requisite dal comando alleato e chissà se saranno mai viste (ne hanno portato a conoscenza solo una parte) mio padre però a visto, ha vissuto quei momenti, ha rischiato la vita. Mi hanno insegnato a comprendere, a conoscere, ma osannare quel periodo proprio no. A molte persone ancora oggi ricordare una stella rossa fa paura, Trieste è una città di persone longeve

      • Il commento della signora Maucci che ho deciso di sbloccare e pubblicare integralmente, refusi compresi, è paradigmatico delle strategie autoassolutorie di molti triestini (e italiani) riguardo al periodo più fetente della storia della città.
        Mi pare abbastanza evidente come funziona: nelle prime due righe la signora si indigna perché avevo scritto, documentandolo, che suo nonno era un nazista, nella parte rimanente del commento la “butta in caciara” con il più classico dei qualunquismi di estrema destra: “E LE FOIBE?”. E parlando non più del nonno ma… del padre!

        Che io abbia letto o meno le memorie di Rodolfo Maucci cambia ben poco, anzi nulla: sarebbe paradossale se le memorie di un singolo individuo, che come molti altri tentò di ricostruirsi una verginità dopo aver mangiato alla stessa tavola di torturatori, assassini e sterminatori di massa, contassero più delle nude cronache e di fatti storici incontrovertibili.
        Ma tanto per rinfrescare la memoria: Maucci lavorò alle dirette dipendenze dell’Alto commissario per il Litorale Adriatico, l’ufficiale delle SS Friedrich Rainer, i cui crimini sono tristemente noti e verificabili da chiunque. Maucci non fu un dipendente qualsiasi di Rainer, ma il direttore del quotidiano di lingua italiana Il Piccolo che, tra il settembre 1943 e la fine di aprile del 1945, fu di fatto la cassa di risonanza della propaganda nazista nella città di Trieste. L’immagine della prima pagina de Il Piccolo che riporto nell’articolo racconta da sé come Maucci interpretò il suo ruolo: pochi giorni prima che Hitler si suicidasse e che il nazismo venisse sconfitto, Il Piccolo ancora celebrava il genetliaco del Führer e pubblicava integralmente un discorso di Goebbels, oltre a dare un resoconto del tutto filonazista di quanto stava avvenendo sul fronte orientale (resoconto per fortuna bugiardo).
        Quindi se anche Maucci fosse stato costretto da una pistola alla tempia a fare il suo lavoro con lo zelo con cui lo fece, al massimo potrebbe godere della imperitura fama di vigliacco per non aver fatto scelte che invece molti altri ebbero il coraggio di fare. O la signora Maucci non è al corrente di quante persone rifiutarono di farsi intruppare tra le schiere nazifasciste rinunciando a carriere e incarichi di lavoro, e persino alla vita stessa?
        Secondo lei invece è sufficiente fare cenno in due righe al fatto che il nonno scrisse un diario nel quale si autoassolveva da ogni colpa, diario che, a suo modo di vedere, probabilmente mi farebbe cambiare giudizio.
        Peccato che appunto non sia del mio giudizio che stiamo parlando, ma di quello della Storia stessa: Rodolfo Maucci fu un propagandista del Terzo Reich fino all’ultimo.
        Del padre della signora Maucci non ci siamo occupati, né ci interessa farlo. Ci limitiamo a suggerirle, vista la quantità di teorie del complotto che riporta sulla “questione foibe” – mescolando pezzi di fatti reali a vere e proprie leggende metropolitane ampiamente smontate dal lavoro degli storici -, e vista la sua affermazione secondo la quale le sarebbe stato insegnato “a comprendere, a conoscere”, di fare almeno il favore di leggersi attentamente lo scritto di Galliano Fogar che segnalavo sulla “questione foibe”. E di evitare di intervenire su questo blog in futuro senza aver prima fatto un rigoroso fact-checking delle sue affermazioni.

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  10. Scopro ora questo sito, arrivandoci per vie traverse. Mia madre era di Monfalcone, altri parenti sono (erano) sparsi tra Gorizia e Trieste. Sono affezionato a quei posti, da piccolo uscivo di mattina prestissimo, salivo sul Carso e passeggiavo nei boschi. Mi allarga il cuore sapere che da quelle parti ci sia qualcuno così intelligente e combattivo, che resiste alla distorsione della storia, alla vulgata fascistoide sulle foibe, al razzismo antislavo (o, per stare al caso di Monfalcone, anti-bengalese), alla retorica patriottarda, alla stupidità qualunquista (quando non è scientifica mistificazione) del “siamo apolitici”. Trieste, per quanto la conosca bene, è per me un luogo astratto, letterario e quasi mitologico: un blog come questo, così come certi articoli di Giap, me la restituiscono decostruita, con le sue miserie, la finta multiculturalità da marketing, le sue contraddizioni. Ma è un qualcosa che fa bene. E fa bene, soprattutto, vedere che c’è qualcuno che non si rassegna e continua a combattere. Dalla parte giusta.

    P.S. Chiedo venia se questa mia specie di commento non aggiunge nulla alla dscussione. Spero almeno che possa far piacere che qualcuno da lontano apprezza ciò che fai.

  11. vedo solo oggi la puttanata scritta da Roberto Giorgi (“Dispiace comunicarti che dal nazifascismo Trieste fu liberata il 30 aprile con l’insurrezione comandata da Don Milani”)
    DON MILANI?????!!!!!!
    Dubito molto che il prete di Barbiana, autore di “Lettera a una professoressa”, “L’obbedienza non è più una virtù” e “Lettera ai cappellani miitari”, esiliato dalla parte più retriva del cattolicesimo toscano in un borgo del Mugello e fautore di un cristianesimo a privo di compromessi e a favore degli sfruttati, avrebbe mai comandato un’insurrezione così ambigua come quella del CLN triestino.
    Ancora una volta si manifesta in tutta la sua grandezza l’ignoranza dei benpensanti triestini, che confondono il grande don Lorenzo Milani, una delle menti più fini e innovative del dopoguerra italiano, con don Marzari.
    Complimenti!

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