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A volte riemergo

Trieste, l’indipendenza, la Storia, il destino (e Karl Marx)

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“If you don’t know your past you don’t know the future”
(Public Enemy, sample da Contract on the world love jam)

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Simpatico defacing trovato in rete di un’immagine del vecchio confine del Territorio Libero di Trieste. Notare l’efficace problematizzazione della questione: cosa succederà quando avremo il TLT?

Pubblico questi appunti di carattere storico per la necessità di guardare al fenomeno neoindipendentista a Trieste, prima di tutto con l’intenzione di evitare le semplificazioni folkloristiche e derisorie della stampa mainstream, e le demonizzazioni o i facili endorsement di un movimento che, se non altro, ha il merito di evocare alcune delle pagine più interessanti della storia della città, quelle che ne danno un ritratto lontano dalla retorica nazionalista che per anni ne ha egemonizzato e svilito l’identità di frontiera.
Appunti che non vanno letti con i paraocchi del contesto locale, ma inseriti nell’analisi più generale della crisi di governance globale e italiana. Hanno a che vedere con la rottura del rapporto tra rappresentanza e cittadinanza, di un assetto politico che molti continuano a voler credere immutabile, mentre altri vorrebbero rivoluzionato, spesso senza riuscire ad immaginare come.
Sono stati scritti anche pensando ai molti amici che a Trieste negli ultimi mesi si sono confrontati con il tema, soprattutto coloro che guardano con simpatia, a volte acritica, al fenomeno e a quelli che invece tendono, forse frettolosamente, a liquidarlo come marginale. I commenti al post sono aperti e sarà benvenuto chi vorrà discuterne.

0. A volo d’uccello: storia e geopolitica della Marca giuliana dal 1945 ad oggi

Tito Der spiegel

Josip Broz sulla copertina di Der Spiegel del settembre 1951 e la sua frase “Nessuno è servo nella Terra di nessuno”

Dai diplomatici dell’epoca il territorio è chiamato Marca giuliana, Julian March in inglese. Corrisponde alla Venezia Giulia e all’Istria odierne. Il 1° maggio 1945 le truppe iugoslave di Josip Broz Tito, inseguendo i nazisti in fuga dai Balcani, occupano per prime Trieste e tutta la Marca fino all’Isonzo. Resteranno nelle città di Trieste e Monfalcone per circa quaranta giorni, presto dividendo militarmente il terreno con gli alleati angloamericani, ma rimanendo di fatto egemoni dal punto di vista politico grazie all’appoggio, non dell’ultima ora, di una fetta importante della popolazione sia italiana che slovena – quella più operaia, ma non solo, che aveva partecipato attivamente e unita alla Resistenza, anche ben prima dell’8 settembre 1943. Quando Tito accetta di ritirare le sue truppe per mettere la questione nelle mani dell’ONU, si instaura nella zona una sorta di interregno destinato a durare fino al settembre del 1947, ovvero fino al momento dell’applicazione del Trattato di pace di Parigi che, firmato nel febbraio dello stesso anno, ha istituito il Territorio Libero di Trieste (TLT), portando il confine orientale italiano dall’Isonzo alle foci del Timavo, e dividendo il resto del TLT in due zone, la A e la B, che negli anni seguenti saranno rispettivamente amministrate dagli angloamericani e dagli iugoslavi, in attesa che all’ONU ci si accordi sul nome di un governatore unico per tutta l’area, cosa che non avverrà mai. Nell’ottobre 1954 la zona A passa all’Italia e quella B alla Iugoslavia. Potremmo scrivere “passano definitivamente” con il Trattato di Osimo del 1975, che sancisce questo assetto destinato a restare intatto per la parte italiana fino ad oggi, e per quella ex–iugoslava fino all’indipendenza della Slovenia e della Croazia nel 1991. Ma appunto ciò che gli indipendentisti oggi contestano è che tale assetto in realtà di definitivo abbia avuto ben poco, e che ad oggi perlomeno la città di Trieste non dovrebbe essere amministrata dallo Stato italiano, ma tuttalpiù solo dal suo Governo, su mandato fiduciario delle Nazioni Unite e in base a uno statuto di indipendenza molto ampia.

1. Alle origini dell’indipendentismo triestino 

Quello che qui però interessa non è entrare nel merito della discussione che si è riaperta sui trattati, ma analizzare la situazione in quei due anni di interregno, dal maggio 1945 al settembre 1947, un periodo in cui il controllo del territorio da parte del Governo Militare Alleato (GMA) angloamericano deve fare i conti con tensioni sociali di notevole portata causate da ragioni economiche, politiche ed etniche che rendono quest’area geografica uno strano laboratorio e una delle più roventi sullo scacchiere europeo dell’epoca. Basti pensare che nel famoso Iron Curtain Speech, con cui il 5 marzo 1946 Winston Churchill evocherà per la prima volta il simbolo della Guerra fredda destinato a durare più a lungo, la nascente cortina di ferro verrà fatta coincidere con una linea di demarcazione che va “da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico”. È in questo periodo che a Trieste nascono, tra le altre, diverse formazioni politiche che invocano uno statuto di indipendenza per la città, ispirandosi a ipotesi nate in ambito socialista ai primi del ‘900, ovvero ancora nel contesto della dominazione austro–ungarica. Questo anche a dimostrazione del fatto che l’epoca asburgica fu tutt’altro che armonica e pacificata, ma conobbe anche forti conflitti tra capitale e lavoro destinati a sfociare in ribellioni man mano che la crisi dell’Impero si acuiva.
Le forze dichiaratamente indipendentiste nel 1946 sono sostanzialmente tre: il Fronte dell’Indipendenza per il Libero Stato Giuliano (FILSG) con il suo giornale “Trieste Sera”, il Movimento Repubblicano per l’Indipendenza, che pubblicava “Trieste Libera”, e il Partito Repubblicano Socialista (PRS) di cui era leader Narcisio Smidlichen.
Le ultime due ebbero un impatto non particolarmente forte sulla scena triestina dell’epoca, oppure confluirono in altre formazioni. Fu questo il caso del PRS che si mise subito a disposizione dell’Unione Antifascista italo–slava (UAIS), l’ampio fronte popolare di organizzazioni, eredi della lotta partigiana nella zona, che chiedevano l’annessione di Trieste alla Iugoslavia di Tito e di cui parleremo ancora.
La prima delle tre, il FILSG, fu certamente quella maggioritaria in termini di adesioni e di capacità di mobilitazione.

2. Un programma liberale e transnazionale

Il FILSG nasce nel luglio 1945 dopo che alcuni suoi precursori erano stati attivi contro l’invasione nazista seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943, spesso collaborando con l’Osvobodilna Fronta, il fronte popolare multietnico patrocinato dalla resistenza iugoslava guidata da Tito. Le sue figure più importanti sono Carlo Tolloy e Teodoro Sporer, gli aderenti in maggioranza italiani, perlopiù commercianti, studenti, artigiani e impiegati. Condividono l’idea, venata di qualche nostalgia, che la città debba ricollocarsi in qualche modo nel ruolo di porto privilegiato per il centro Europa e i Balcani, ruolo che le era stata assegnato nel periodo di dominazione austriaca che, appunto, sotto il profilo economico e culturale, è stato certamente l’epoca d’oro di Trieste.
Nel contesto di opposte rivendicazioni territoriali da parte italiana e iugoslava, il FILSG elabora una piattaforma politica che mira in qualche modo a smarcare la città dalla contesa, ma soprattutto ad evitare la continuazione della disastrosa gestione economica italiana seguita alla Prima guerra mondiale e quindi continuata durante il fascismo. Emblematica delle intenzioni italiane sotto questo profilo è la dichiarazione di Alcide De Gasperi del maggio 1946 secondo cui Trieste “è, per gli italiani, più che una città ed un porto: essa è un sentimento nazionale”. Nei decenni successivi Trieste davvero sarà per l’Italia nient’altro che questo, un sentimento ultranazionale attraccato per sempre in un porto moribondo.
Il programma del FILSG prevede la creazione di una repubblica indipendente con attributi di stato sovrano e neutrale sotto l’egida dell’ONU, il riconoscimento di tutte le lingue parlate, l’unione doganale con gli stati confinanti, l’abolizione del servizio di leva, il rinnovamento economico del territorio attraverso defiscalizzazione e statuto di porto franco. Punti che indicano una tendenza liberale sotto il profilo economico e orientata a una prospettiva transnazionale sotto quello culturale. Senza entrare nel merito è evidente che i richiami dell’attuale Movimento Trieste Libera a questa piattaforma politica sono consistenti.
Molto diversa dall’attuale è però la situazione politica nella quale il FILSG all’epoca porta avanti le sue rivendicazioni.

3. Anni di piombo, mazzate e rivoluzione

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Agente della Civil Police della Venezia Giulia. Erano chiamati anche “cerini” dai fiammiferi che all’epoca avevano la capocchia bianca

Malgrado la sconfitta nazifascista, Trieste e la Marca giuliana nel 1946 sono ancora immerse in un clima di guerra civile. Basti pensare che la Civil Police, istituita dagli angloamericani, è composta in larga parte da ex membri del Partito Nazionale Fascista e della Guardia Civica, da disertori della zona B – il territorio amministrato dagli jugoslavi -, e da domobranci, i miliziani sloveni anticomunisti. Innumerevoli saranno gli episodi di manifestazioni di piazza e proteste represse nel sangue da queste “forze dell’ordine”. Stesso discorso vale per i componenti gli organi giudiziari che di fatto restano gli stessi dell’epoca fascista e dei due anni di occupazione nazista.
A un primo sguardo distratto – che molta storiografia e pubblicistica italiane hanno fatto proprio sino ad oggi – la dicotomia vede da un lato “i triestini”, che sarebbero in maggioranza di lingua italiana e vorrebbero il ritorno della città all’Italia, e “gli slavi” che invece sarebbero compattamente a favore di Tito. Niente di più miope.
Volendo stabilire un dualismo, sarebbe perlomeno più esatto individuare da un lato una componente popolare mista italiana e slovena, perlopiù operaia ma con diversi intellettuali e non solo al suo interno, di ispirazione comunista e in misura minore liberal–repubblicana, favorevole all’annessione della città alla Iugoslavia come realizzazione del sogno rivoluzionario coltivato durante la Resistenza, ma anche come via di fuga dal disastro economico rappresentato dall’Italia. Ad essa andrebbe contrapposta una media e piccola borghesia, in maggioranza ma non compattamente italiana, spesso immigrata in città durante il ventennio fascista, e strumentalizzata politicamente da una sorta di alleanza tra i nuovi partiti democratici, la DC in testa, e gli ex fascisti, con l’appoggio degli industriali italiani non autoctoni. A questa si andrà aggiungendo una sempre più consistente componente di esuli istriani destinata a modificare la composizione demografica del territorio.
Ma si tratta sempre di semplificazioni, che non rendono la complessità delle differenze. Semplificazioni che, nel nostro caso, ad esempio non spiegano come mai il FILSG viene accusato di essere una formazione panslavista e comunista dal CLN giuliano, quando è chiaro che gli indipendentisti sono perlopiù italiani e spesso provenienti da strati borghesi. Non spiegano nemmeno come mai il Fronte dell’Indipendenza, al contrario, ha l’appoggio di alcuni industriali e dello stesso GMA. E non chiariscono nemmeno i motivi per cui esso ha rapporti dialettici ma di reciproco rispetto con l’UAIS, il fronte filo iugoslavo che ne critica la prospettiva politica, evidentemente interclassista e quindi filo capitalista, ma riconosce lo scontro corpo a corpo che il FILSG intraprende con i nazionalisti italiani.

4. Differenti orizzonti, una sola insorgenza

È fuori di dubbio che il FILSG fu nemico dello schieramento nazionalista italiano e della sua manovalanza fascista, non è un caso che ebbe la sede devastata, tra tante altre di organizzazioni antifasciste e slovene, nei tragici scontri del 1 luglio 1946, e pure in altre occasioni negli anni seguenti.
Il rapporto tra la maggiore organizzazione indipendentista e l’Unione antifascista è molto interessante, perché per un tratto allude a quei casi di convergenza di intenti tra tendenze rivoluzionarie e tendenze riformiste che caratterizzano processi di cambiamento epocali, determinando insorgenze costituenti di un nuovo ordine possibile. Non a caso il Governo italiano fa di tutto per estromettere gli indipendentisti dalla Conferenza di pace, nella convinzione che la loro richiesta di autonomia si accordi con quella iugoslava di uno stato indipendente nella cornice della Federazione delle Repubbliche Socialiste della Iugoslavia. È lo stesso governo italiano di cui è ministro della giustizia il capo del PCI Palmiro Togliatti che già nel dicembre 1945 critica non solo la dirigenza dell’Unione antifascista giuliana, incluse le sue componenti italiane, ma accusa anche tutta la classe operaia di quel territorio di egoismo:

“Comprendiamo che [gli operai di Trieste] non guardino con amicizia verso l’Italia e che tendano a staccarsene, ma non approviamo questa decisione, perché la classe operaia non può risolvere i propri problemi in quel modo come gli operai di Trieste si propongono di risolverli”.

3 maggio 1945: gli operai di Monfalcone spiegano il proprio programma politico ai soldati neozelandesi appena giunti in città. (da wikipedia.org)

3 maggio 1945: gli operai di Monfalcone spiegano il proprio programma politico ai soldati neozelandesi appena giunti in città (da wikipedia.org)

Ciò che Togliatti critica non è solo la caparbia volontà dimostrata dal movimento operaio e antifascista giuliano di ottenere l’annessione alla Iugoslavia, volontà espressa in decine e decine di manifestazioni e scioperi ma anche in un’enorme partecipazione diretta alla vita politica e comunitaria. Ciò che non vuole accettare è che quella volontà non ha niente a che vedere con l’adesione a un “sentimento nazionale” – nemmeno panslavista dal momento che ad agirlo sono molti italiani! -, e nemmeno è soltanto reazione a una situazione economica che si va facendo sempre più insostenibile. È bensì molto di più, è volontà di partecipazione a un processo rivoluzionario e di emancipazione internazionalista che in Iugoslavia, come altrove, sembra essere in atto (in der Tat, avrebbe scritto Marx o, nei termini dell’operaismo, costituente). È la spinta verso quell’universale che all’epoca è materialmente rappresentato dal comunismo. Questo mentre in Italia il Partito dei comunisti – forma corrotta di quell’universale – si accorda con la DC, ponendo le basi di un compromesso che conosciamo bene perché destinato a giungere, grottescamente, fino ai giorni nostri.

5. I primi della lista

Quest’ultimo è un punto a mio avviso fondamentale per comprendere anche l’attualità, non solo della questione indipendentista. Costringe ad assumere il fatto che la vicenda antifascista in questi territori ha avuto sviluppi e storia del tutto diversi rispetto al resto d’Italia.
E ciò per la semplice ragione che qui fin dagli anni Venti il fascismo tentò di realizzare una delle sue disastrose imprese coloniali – nel cuore dell’Europa! –, mirando all’annientamento di tutte quelle componenti che ne mettevano materialmente in discussione il mito inventato di “Trieste italiana”. E in questo modo producendo una resistenza attiva che non ebbe eguali per tempestività nel resto d’Italia e d’Europa.
Mussolini non inventava nulla, si limitava a riprendere il progetto originale del nazionalismo di inizio secolo e della precedente epoca giolittiana. Lo stesso che viene quindi rispolverato nel secondo dopoguerra e usato dalla DC – con modalità certo molto diverse, ma con lo stesso razzismo di fondo – proprio per innescare la contraddizione dentro il partito di Togliatti, che inaugura così una lunga, quasi infinita, stagione di calate di braghe in nome della governabilità, accettando la retorica nazionalista e imponendo al proletariato triestino di accettare lo stesso aut–aut.

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Storico compromesso o sempiterna magica intesa?

Il seguito è tragico, perché la dirigenza dell’UAIS – complici anche alcune pulsioni scioviniste in seno alla dirigenza titoista – non è in grado di contrastare la controffensiva nazionalista italiana, che si compatta in un fronte propagandistico e paramilitare che va dal locale CLN ai reduci fascisti, e conta su organi di stampa come Il Piccolo e La Voce Libera. A questi si aggiungerà a modo suo il PCI con Vittorio Vidali, il “giaguaro del Messico”, che verrà fatto rientrare da Togliatti nella sua città natale, dopo venticinque anni di nomadismo rivoluzionario, di fatto col compito di spazzare l’aia. Anche Stalin aveva segretamente lavorato contro l’idea dell’annessione di Trieste alla Iugoslavia, non volendo concedere vantaggi a Tito, che già durante la guerra aveva posto le basi del suo non allineamento e che sarebbe poi stato scomunicato nel 1948.
Il punto di non ritorno è la durissima repressione dell’ultimo grande sciopero politico dell’epoca, quello cosiddetto dei Dodici giorni, dall’1 al 11 luglio 1946, che vede una partecipazione massiccia a Monfalcone, Gorizia e Muggia, e in misura minore a Trieste dove manipoli di fascisti e gruppi paramilitari hanno riottenuto l’agibilità della piazza. Si conclude con grandi manifestazioni a cui partecipano circa centomila persone, ma di fatto è un fiasco politico non riuscendo nell’intento di denunciare il gioco sporco messo in atto dallo schieramento filo italiano.
Nel mesi seguenti buona parte dei quadri comunisti e operai di Trieste, e soprattutto di Monfalcone – città di cantieri, in maggioranza operaia – sceglieranno la via dell’esilio in Iugoslavia per evitare gli arresti di massa e le persecuzioni fasciste, seguiti da migliaia di operai e dalle loro famiglie in un controesodo ancora oggi poco ricordato.

6. TLT: una battaglia persa in partenza?

Con la sconfitta dell’UAIS il fronte indipendentista perde il più forte tra i suoi potenziali alleati, e di fatto anche la sua stessa battaglia. Se ciò non è subito evidente è solo grazie al fatto che ancora per alcuni anni gli Stati Uniti, in particolar modo, utilizzeranno il FILSG come deterrente nei confronti della sempre più violenta attività del fronte nazionalista italiano che, nel settembre del 1947 – a seguito all’assassinio di Milka Vrabec, ragazzina di undici anni uccisa presso un circolo sloveno –, viene descritto in un documento dello stesso GMA come guidato da “elementi italiani irresponsabili ed isterici che possono provocare gravi disordini”. Negli ambienti italiani continuerà a suscitare seria preoccupazione il fatto che il GMA, dopo l’istituzione del TLT e quindi per buona parte della fase precedente al ritorno di Trieste all’Italia nel 1954, aumenti le sovvenzioni al FILSG e al Trieste Sera. È del resto dimostrabile che già durante la guerra alcuni settori dell’OSS statunitense, se non considerano una soluzione del tutto favorevole a Tito, perlomeno lasciano aperta la possibilità a un assetto che tenda a portare la Iugoslavia di Josip Broz verso lo schieramento occidentale e a ripristinare il peso di Trieste come snodo fondamentale dei commerci da e verso il centro Europa.
Ma dal 1947 si tratta solo di manovre politiche ormai di contorno: una volta concessa all’Italia una pacificazione inimmaginabile per qualsiasi altro paese sconfitto, emendati i crimini del fascismo con l’amnistia promulgata dallo stesso Togliatti – che significò lasciare ai propri posti nelle questure, nelle caserme e nei tribunali migliaia e migliaia di personaggi compromessi col fascismo, e non sarà mai sottolineato abbastanza quanto ciò avrebbe pesato nei decenni successivi per lo sviluppo dell’estrema destra italiana e della cosiddetta “strategia della tensione” –, Trieste è la vittima predestinata di una partita molto più grande e destinata a dividere il pianeta in blocchi che troveranno la loro ragion d’essere proprio nell’uso di simboli come muri, cortine, barriere, un apparato semiotico senza precedenti che definirà appartenenze ed esclusioni, e che giungerà invariato nella sostanza fino a noi nella forma dello scontro di civiltà tra l’Occidente e tutto ciò che di volta in volta verrà classificato come altro.
È piuttosto chiaro che se Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica accettarono di istituire il TLT nel 1947 fu perché era l’unica soluzione che permetteva di accontentare temporaneamente tutti, e a tutti di far credere che la cosa si sarebbe risolta a loro favore. Ma a me pare che il destino di quella vicenda era già scritto, e lo era dal momento in cui era stata eliminata politicamente e materialmente quella componente operaia, anomala e rivoluzionaria, che si era riconosciuta nell’UAIS.

* * *

In un articolo pubblicato sul New York Daily Tribune del gennaio 1857, Karl Marx così sintetizzava le ragioni del poderoso sviluppo del porto di Trieste:

“Come accadde, quindi, che Trieste, e non Venezia, divenne culla della rinascita della navigazione mercantile nell’Adriatico? Venezia era una città di reminiscenze nostalgiche; Trieste condivideva lo stesso privilegio degli Stati Uniti di non avere alcun passato. Modellata da una masnada variopinta di mercanti-avventurieri italiani, tedeschi, inglesi, francesi, greci, armeni ed ebrei, non era incatenata dalle tradizioni come la Città delle Lagune.” [traduzione mia]

Questa descrizione dei padri fondatori di Trieste e del contesto in cui agirono è molto utile ai fini di questa analisi, per due motivi.
Intanto perché rimuove da subito un equivoco che pare emergere nel discorso neoindipendentista, e che rischia di minarne alle fondamenta efficacia e credibilità. È l’equivoco della nostalgia, la convinzione che vi sia nella Storia un’epoca d’oro che può tornare a vivere, in sostanza uguale a come si era presentata la prima volta. Qui è Marx stesso a spiegare efficacemente che quell’epoca d’oro è stata tale proprio perché non aveva il fardello della memoria a incatenarla:

Francesco Elio Giuseppe I

Francesco Elio Giuseppe I

Trieste aveva quindi prosperato perché da sé si era definita in quanto comunità di destino – non grazie “alla speciale benevolenza del Governo austriaco, né per gli incessanti sforzi del Lloyd Austriaco”, sottolinea il barbuto di Treviri.
Il secondo motivo sta invece nell’ipotesi che ho tentato di far emergere con questi appunti, ovvero che, per un breve tratto di Storia, Trieste abbia conosciuto un’insorgenza potenzialmente enorme, nella quale confluirono interessi, aspirazioni e idealità difficilmente riducibili ad unum, che generarono un’entropia ingovernabile e per questo potenzialmente capace di determinare una dinamica costituente dagli esiti imprevedibili. E per imprevedibili intendo proprio questo: non scontati, non incasellabili nel già visto.
A me pare che siano questi i due elementi che vale la pena di recuperare dal passato, piuttosto che i baffoni di Cecco Beppe e l’insopprimibile voglia di bratwurst innaffiati di birra, e nemmeno il sempiterno mito del sol dell’avvenire circondato di rosse bandiere, con i ritratti di Tito e le note dell’Internazionale a far battere all’unisono centinaia di cuori ribelli.
Il tratto comune tra le due impostazioni – diversissime per molti versi, forse destinate a confliggere sul piano dei rapporti di classe – emerge evidente: la possibilità per una comunità di definirsi non in base all’appartenenza etnica ma in virtù di uno stesso destino, e quindi di volere autogovernarsi. La materialità di un simile progetto non mi pare facilmente conciliabile con la nostalgia, di qualunque colore sia . E con la prepotenza del presente negli occhi, è difficile non riconoscerne la valenza rivoluzionaria.
Qualche tempo fa Wu Ming 1 concludeva un articolo su Michel Foucault e la sua discussa infatuazione per la rivoluzione iraniana con queste parole:

“Lo scacco di una rivoluzione si misura sempre nel suo cozzare contro quest’idea [di uguaglianza], nel suo non essere all’altezza di questo universale. Universale che, benché più volte incompreso, resta comprensibile a chiunque, perché comprensibili a chiunque sono le implicazioni del motto: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». Se, pur con tutto lo sporcarsi le mani e le scelte gravose, una rivoluzione non mostra di puntare all’inveramento di questo motto, allora non è più niente, torna ad essere falso evento.”

Credo che l’insuccesso di entrambi i movimenti che tentarono di rivoluzionare un destino di miseria e di odio fratricida nella Marca giuliana del secondo dopoguerra vada misurato, oltre che nell’immane contesto storico in cui si determinò, nelle rispettive inadeguatezze di quei movimenti, nel loro non essere all’altezza di un’idea universale di uguaglianza alla quale, partendo da diversi e per molti versi non conciliabili particolarismi, entrambi tendevano.
Chi oggi volesse recuperare, e magari solo a brandelli, quelle esperienze dovrebbe innanzitutto interrogarsi sulla propria capacità di essere all’altezza dell’idea universale che sottendono.

* * *

Bibliografia minima:

  • Nevenka Troha, Chi avrà Trieste? Sloveni e italiani tra due stati, Trad. Rebeschini M., Irsml Friuli Venezia Giulia, 2009
  • Anna Di Gianantonio et alii, L’immaginario imprigionato, Dinamiche sociali, nuovi scenari politici e costruzione della memoria nel secondo dopoguerra monfalconese, Consorzio Culturale del Monfalconese; Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, 2005
  • Enrico Cernigoi, Scelte politiche e identità nazionale ai confini orientali d’Italia dalla resistenza alla guerra fredda, Udine, Gaspari, 2006
  • Vittorio Vidali, Ritorno alla città senza pace. Il 1948 a Trieste, Vangelista, 1982
  • Rodolfo Ursini Uršič. Attraverso Trieste. Un rivoluzionario pacifista in una città di frontiera, Roma, Studio i, 1996
  • Claudia Cernigoi, Operazione foibe. Tra storia e mito, Kappa Vu, 2005
  • Andrea Berrini, Noi siamo la classe operaia: i duemila di Monfalcone, Baldini Castoldi Dalai, 2004
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Autore: albolivieri (Andrea Olivieri)

Il tizio dell'avatar è mio nonno paterno, Albano, in un'immagine scattata da quello materno, Nino, a metà anni Sessanta. "Albo" il suo nome di battaglia da partigiano. Durante la Seconda guerra mondiale era nel GAP inquadrato nella Brigata Intendenza "Montes", che operò nel Monfalconese. Per saperne di più consiglio di leggere questo.

24 thoughts on “Trieste, l’indipendenza, la Storia, il destino (e Karl Marx)

  1. Intervento accurato, e tutto sommato maturo (e non banale, cosa rara in quest’ambito).

    Se non fosse per un paio di passaggi:
    “Nell’ottobre 1954 la zona A passa all’Italia e quella B alla Iugoslavia.”
    Vi viene data solamente l’amministrazione civile provvisoria. Non vi è stato alcun passaggio di sovranità a riguardo, come ammesso anche dai telegrammi italiani dell’epoca (desecretati recentemente).
    “La fase precedente al ritorno di Trieste all’Italia nel 1954”
    Trieste nel 1954 NON è “ritornata” all’italia, ma solamente sottoposta ad un’amministrazione civile.
    Saremo noiosi, a ripeterlo? Forse. Ma rimane un fatto che nemmeno l’illegittimo tribunale italiano a Trieste sembra essere in grado di contestare.

    “l’equivoco della nostalgia, la convinzione che vi sia nella Storia un’epoca d’oro che può tornare a vivere, in sostanza uguale a come si era presentata la prima volta.”
    Assolutamente no. Il Territorio Libero del XXI secolo è completamente diverso, rispetto a quello del 1947.
    Vi sono però, come logico, anche dei parallelismi. Ad esempio, il fatto che il bacino di riferimento di Trieste non possa che essere quello Danubiano.

    Su: “La materialità di un simile progetto non mi pare facilmente conciliabile con la nostalgia, di qualunque colore sia” siamo perfettamente d’accordo, quindi.
    Il non essere “scontati, non incasellabili nel già visto” è quello che abbiamo cercato di fare da quando esistiamo. Non a caso, i pochi potentucoli locali rimasti a difendere l’improponibile “Trieste italianissima” si sono accorti di noi troppo tardi…

    Più in generale: l’articolo si basa su aspetti storici, che sono per noi fondamentali ma NON centrali. Intendiamo promuovere una certa progettualità; di bloccarci su posizioni piatte e senza sbocchi futuri, non ci pensiamo minimamente.
    Certo, ci vuole tempo (ed energie) per farcela, ma siamo qui apposta.

    Va detto però che non siamo un'”entità superiore”, siamo semplici cittadini. Ogni contributo alla progettazione ed alla definizione del TLT del 2013 sarà quindi benvenuto.

    In ogni caso, arrivederci al 15 settembre.

    • Mi fa davvero piacere che il primo commento al post venga proprio dall’indirizzo ufficiale del Movimento Trieste Libera, lo interpreto come un segno di intelligenza e di voglia di confronto.

      Come già accennavo, non sono interessato a entrare nella polemica sui Trattati, e nemmeno sulle sfumature di significato di certe espressioni. Su Facebook – dove evito i dibattiti – un lettore ha commentato il post scrivendo di aver interrotto la lettura per (mia) manifesta ignoranza a causa dell’aver scritto “dominazione austro-ungarica”, contestando sia l’uso del termine “dominazione” ma soprattutto la grave colpa di non aver considerato che Trieste non era tra le cose che i due regni danubiani avevano messo in comune con l’unione del 1867. Fortuna che ha smesso di leggere, credo che il passaggio sui baffi di Cecco Beppe e la foto di Elio e le storie tese non li avrebbe proprio digeriti!
      Allo stesso modo utilizzo l’espressione “ritorno all’Italia”, potendo farlo dal momento che non faccio cenni a passaggi di sovranità, ma uso una convenzione storica che mi serve a descrivere un dato di fatto. Capisco la contestazione e riconosco l’imprecisione, ma quello che voglio tentare di fare qui non è analisi storica né diritto comparato, e i post successivi credo lo dimostreranno.

      In merito alla nostalgia per l’Austria. Sarà che quando sento la parola “patria” … metto mano alla pistola (è una me-ta-fo-ra, brigadiere!), ma l’uso di espressioni come “madre patria” e “madre naturale”, riferite all’Austria (http://triestelibera.org/it/2013/06/wien-22-giugno-2013/), o a chicchessia, per portare avanti un’idea come quella del Porto Libero Internazionale mi pare, per restare in tema, di basso cabottaggio.
      Dopodiché credo di aver colto il senso più tattico-politico dell’iniziativa, che penso mirasse a costruire alleanze attorno alla messa in mora dell’Italia, ma tantopiù mi chiedo perchè lo striscione con la scritta “IL NOSTRO PORTO E’ IL VOSTRO PORTO” non lo si scriva anche in serbo, greco ma soprattutto in arabo, oltre che in tedesco, e non lo si porti in giro per tutto il Mediterraneo, oltre che in tutta Europa: ritenere che il traffico portuale odierno designi ancora un singolo porto come il porto di una singola città o territorio è fuorviante e fa cannare l’analisi di partenza. Un porto libero internazionale, collocato nel pieno centro dell’Europa, o mira ad essere un hub davvero internazionale/globale o è solo fuffa, un po’ all’italiana ecco, per capirsi.
      E questo mi fa sorgere un altra domanda: siamo consapevoli di cosa significherebbe davvero quel tipo di indipendenza per la città? Delle trasformazioni sociali, logistiche, ambientali che implicherebbe? E di quelle demografiche? Ad esempio: che cosa farebbe un territorio così sicuramente attrattivo in termini di occasioni di lavoro e di business, di fronte al certo arrivo di persone da ogni dove, ma soprattutto dai paesi più poveri ma anche emergenti del Mediterraneo? Se oggi esistesse il TLT, come si comporterebbe con coloro che giungerebbero in questi giorni in fuga da paesi in fiamme come l’Egitto, la Siria etc… Reagirebbe come fa l’Italia, così http://goo.gl/VbaoWD o sarebbe in grado di innovare gli editti di libera cittadinanza dell’epoca asburgica, quindi accettando anche un cambiamento culturale di proporzioni enormi? Il frammento di Marx sulla “masnada variopinta di avventurieri” – “a motley crew of merchant-adventurers” – di questo parlava.

      Per quanto mi riguarda sono interrogativi aperti e su cui non ho certezze, che però erano appunto presenti sottotraccia nel post.
      Spero che la discussione vada avanti e si arricchisca di punti di vista.

      • “mi chiedo perchè lo striscione con la scritta “IL NOSTRO PORTO E’ IL VOSTRO PORTO” non lo si scriva anche in serbo, greco ma soprattutto in arabo, oltre che in tedesco, e non lo si porti in giro per tutto il Mediterraneo, oltre che in tutta Europa”
        Perché i nostri numerosissimi finanziatori occulti non ci pagano abbastanza per farlo… Vienna ci sembrava un ottimo punto di partenza per parlare forte e chiaro, però.

        In ogni caso, questi sono gli stati (oggi vanno considerati i relativi eredi che vi hanno ereditato gli obblighi) che per legge comporranno la Commissione Internazionale per il nostro porto.

        Allegato VIII, Articolo 21:
        1. Deve essere stabilita una Commissione Internazionale del Porto Libero, d’ora in poi chiamata “La Commissione Internazionale”, consistente in un rappresentante del Territorio Libero di Trieste e di ognuno dei seguenti Stati: Francia, Regno Unito della Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Stati Uniti d’America, Repubblica Federativa Jugoslava, Italia, Cecoslovacchia, Polonia, Svizzera, Austria e Ungheria, a condizione che tale Stati abbiano assunto gli obblighi del presente Strumento.
        2. Il rappresentante del Territorio Libero sarà il Presidente Permanente della Commissione Internazionale. Nell’ eventualità di parità di voto, il voto dato dal Presidente sarà decisivo.

        “Un porto libero internazionale, collocato nel pieno centro dell’Europa, o mira ad essere un hub davvero internazionale/globale o è solo fuffa”

        Difatti, è quanto sosteniamo da sempre. Trieste è l’HUB dell’Europa verso la direttrice est-ovest (Brasile-Mediterraneo-India-Far East), non ci sono dubbi a riguardo.
        Fonte 1: http://triestelibera.org/it/2013/04/trieste-e-loffshore/
        Fonte 2: (consigliatissimo il video allegato) http://www.triestelibera.org/it/2012/12/progettiamo-il-porto-conclusioni/

        “che cosa farebbe un territorio così sicuramente attrattivo in termini di occasioni di lavoro e di business, di fronte al certo arrivo di persone da ogni dove”

        Alcune regole di base sono definite dal Trattato stesso. Per esempio, all’interno del porto, a parità di competenze dev’essere prima data preferenza lavorativa ai triestini (il che scongiura eventuali corse al ribasso di salari, diritti, etc. per esempio… difficile, in una zona off-shore, ma non si può mai sapere).
        Per quanto riguarda l’immigrazione, Trieste è da sempre inclusiva, in senso generale. Tenendo a mente le peculiarità del territorio, che è piccolo (quindi facilmente controllabile), e che dei flussi consistenti ci saranno (ed andranno gestiti al meglio), le prime osservazioni che ci siamo trovati a fare sono
        – che dovremo agevolare dinamiche in grado di creare un’immigrazione il più possibile di qualità, al più presto
        – che potremo prendere ad esempio la legislazione e la gestione del problema/opportunità dai migliori standard mondiali, e partendo da lì migliorarli.

        Poi, questi non sono dettagli in cui il nostro movimento può/intende necessariamente addentrarsi: verranno decisi dai triestini stessi, dal Governo e dall’Assemblea Popolare. Ma le probabili dinamiche che si creeranno con una zona off-shore in funzione, specialmente se indipendente e con un raggio d’azione davvero ampio, come la nostra (e quello che significherà in termini lavorativi) non sono poi così difficili da individuare e comprendere già oggi.

  2. Il secondo movimento indipendentista nel dopoguerra, come importanza, fu il Blocco Triestino di Mario Stocca, nelle cui file militò lo storico triestino Fabio Cusin. Quanto alla Civil Police (ufficialmente Venezia Giulia Police Force – VGPF) rappresentava chiaramente la composizione etnica e ideologica di Trieste. Malgrado molti dei suoi componenti provenissero dai precedenti corpi di polizia italiani (Carabinieri, Guardia di Finanza) ciò non evitò che fosse tacciata di filoslava.

    • Avevo dei riferimenti riguardanti Stocca e Cusin in alcuni appunti, ma nella bibliografia a mia disposizione non ho trovato molte informazioni. Sarò lieto di avere altri riferimenti in merito, e ne approfitto per invitare chi ne avesse a indicare testi più specifici sull’indipendentismo triestino in generale, che mi pare scarseggino.
      Per quanto riguarda la composizione etnica della Civil Police ho chiarito che ne facevano parte molti sloveni, che però erano perlopiù incalliti anticomunisti e oppositori di Tito (e spesso erano stati collaborazionisti dei tedeschi nel periodo nero dell’Adriatische Kustenland).
      Se restiamo nell’ambito delle opinioni possiamo discutere per giorni della composizione politica di questo corpo di polizia.
      Dalle testimonianze che ho letto e sentito mi pare di capire che gli elementi comunisti e filoiugoslavi erano in netta minoranza e ben presto finirono anche per allontanarsi o essere allontanati da un ambito che venne egemonizzato dallo schieramento nazionalista italiano. Non ho dubbi che altre fonti daranno versioni diverse – poi si tratta di verificare la qualità delle stesse.
      Ma più delle opinioni contano i fatti. Ne cito due. La cantante Maria Rosa Coverlizza venne uccisa dalla polizia il 6 dicembre 1945 di fronte alla trattoria “Il mondo nuovo”, dove avrebbe dovuto esibirsi in un repertorio di canzoni partigiane. Tre mesi dopo, nel rione di Servola, la stessa Civil Police sparava sulla folla che aveva issato alcune bandiere jugoslave per una celebrazione. Giovanna Genzo, madre di tre bambini, e Giorgio Bonifacio furono colpiti a morte.

  3. Voglo complimentarmi per la genialitò del tuo articolo

  4. Rispetto alla robaccia propagandistica che stanno producendo gli avversari organizzati o viscerali di Trieste Libera, quest’analisi di Andrea Olivieri è almeno una prova di discussione seria, di studio e di buona volontà, anche se rimane ovviamente da precisare e completare sotto molti aspetti, risente forse un po’ troppo della chiave di lettura marxista italiana, e prescinde dalla verifica puntuale degli strumenti giuridici. Che è invece necessaria, e va rifatta direttamente sulle fonti cestinando il labirinto delle misinterpretazioni sedimentate principalmente da parte italiana (che con la recentissima sentenza TAR sul ricorso Portocittà ha superato ogni record precedente di sfacciataggine tecnica e politica).
    Dell’analisi di Andrea mi sembra però condivisibile l’idea di fondo che la chiave concreta della questione stia nel rinnovamento dei ruoli originari di Trieste come città-porto internazionale per economia, società ed autocoscienza. Liberandone le energìe interne sinora compresse. – Paolo G. Parovel

    • Ringrazio Paolo Parovel per l’intervento, che conferma attenzione all’approccio con cui ho voluto affrontare il tema.
      Mi tocca ribadire che la conoscenza degli “strumenti giuridici”, per quanto utile mi sembra al momento l’attrezzo meno efficace allo scopo, se questo è lo stesso che Paolo indica alla fine del suo commento.
      Al riguardo forse la lettura del mio ultimo post – che parla ancora di Trieste ma da una prospettiva assolutamente diversa – può essere utile per capire che io credo ci sia bisogno di ricostruire un intero immaginario che è andato perduto nei decenni scorsi, che non ha niente a che vedere con la retorica dell’italianità, ma deve anche spazzare via qualsiasi nostalgia asburgica, oltre a molte altre cose…
      Credo che al riguardo scriverò ancora, anche in vista o a ridosso della giornata del 15 settembre.

      • Scusate, ma non vedo perché si dovrebbe spazzare via, come hanno già fatto il nazionalismo ed il fascismo, invece di recuperare, quelle che loro hanno definito “nostalgie asburgiche” mentre sono cinque secoli di appartenenza storica e naturale ad un contesto mitteleuropeo plurinazionale dal quale è nata col porto franco anche la Trieste moderna, in un regime che a differenza da quanto hanno raccontato poi le propagande nazionaliste e fasciste era costantemente all’avanguardia per diritti dei cittadini, tolleranza ed etica, in particolare da Maria Teresa e Giuseppe II un poi, anche rispetto al Regno d’Italia che ci ha portato poi solo arretramenti e disastri.
        Se non recuperiamo queste radici identitarie, l’immaginario attuale continuerà a tentare di fondarsi sull’inconsistenza del vuoto, o peggio ancora dei traumi e delle protesi d’identità che ci sono state imposte dal 1918 in poi, a cominciare dall’italianizzazione forzata dei cognomi, nomi e toponimi.
        E sul piano dello sviluppo economico non è possibile agire senza la conoscenza degli strumenti giuridici speciali di Trieste, che non è nemmeno cosa complessa. Li pubblicheremo perciò sulla Voce in rete, dopo che li abbiamo già pubblicati a stampa.

  5. C’è un aspetto di quel che sta succedendo a Trieste/Trst che ha dei riverberi inquietanti: la presenza di Edoardo Longo come avvocato di MTL. Tra gli stessi simpatizzanti di MTL è facile imbattersi in fascisti dichiarati, accanto a nostalgici di Franz Joseph e/o di Tito. L’affermazione di Trieste Libera qua sopra, che i lavoratori triestini debbano comunque venire prima di quelli immigrati, certo non dissipa i dubbi, e anzi li alimenta. Sembra insomma che ci troviamo di fronte a un agglomerato tendenzialmente rossobruno, di quelli che proliferano in assenza di soggetti capaci di leggere e interpretare in modo radicale il conflitto sociale.

    • A parte il fatto che per noi è triestino anche il figlio di cinesi nato a Trieste, esattamente come un triestino da 5 generazioni… evidentemente si sta cercando di tirare fuori quello che fa comodo per dare contro a noi, più che allo status legale di Trieste.

      Chi cerca di dare colori ad un movimento che nasce e cresce per rappresentare la cittadinanza (tutta), indipendentemente dalle idee personali o dalle scelte passate (a volte è necessario cancellare qualcosina, per poter ricominciare a scrivere..), dimostra solamente di non aver capito nulla di nulla dell’intera questione.
      Noi procediamo senza colori, ma con la sola arma della legalità e dello sviluppo di Trieste.
      Se a qualcuno questo sembra impossibile… beh, il problema è suo, non nostro.

      • Non sto dando contro a nessuno, sto abbozzando un’analisi (anàliṡi s. f. [dal gr. ἀνάλυσις, der. di ἀναλύω «scomporre, risolvere nei suoi elementi»], http://www.treccani.it/vocabolario/analisi/) della natura ideologica di un movimento. Lo faccio da un punto di vista rigorosamente “di parte”, cioe’ dal punto di vista di un antifascista, internazionalista e di sinistra, che vive e lavora a Trieste. E da questo punto di vista, osservo ad esempio che operare distinzioni nel mercato del lavoro in base alla cittadinanza (prima i triestini, per sangue o per suolo poco importa) non è affatto uno strumento per evitare aste al ribasso sui salari, come dite voi, ma è la strada maestra per innescarle. Infatti tali distinzioni tendono a creare due mercati del lavoro paralleli, uno garantito e l’altro no, e di conseguenza una riserva di lavoro a basso costo, con tutte le conseguenze che ne derivano. Osservo anche che la pretesa di rappresentare *tutta* la cittadinanza rimanda a visioni organiciste della società tipiche di un pensiero di destra. Infine osservo che la scelta di Edoardo Longo come avvocato in una causa giudiziaria che è *politica*, perchè è il fulcro dell’azione politica di MTL, è anch’essa un dato politico.

      • Accolgo con sincero entusiasmo la notizia – se posso considerarla tale – che i vertici dell’MTL hanno una posizione chiara e positiva sulla questione dello jus soli: credo che andrebbe valorizzata maggiormente, togliendo così di mezzo molte ambiguità e ampliando di molto la platea degli interessati al tema dell’indipendenza.

        Detto questo riscontro sui vari forum, facebook etc. che da parte di rappresentanti o simpatizzanti dell’MTL si tende con una certa frequenza a denunciare attacchi mirati al Movimento. Che lo si faccia a torto o a ragione io ho l’impressione che sia una strategia logorante e poco redditizia: se la positiva attenzione “dal basso” (cioè dai “triestini”) ai temi del Movimento crescerà, di certo non sarà perché ci si riconoscerà nell’adagio “la gà tuti con noi!”, ma perché molte e molti vedranno in questa proposta politica una spinta in avanti, l’embrione di un formidabile laboratorio di proposte e idee – e di lotte – che deve per forza di cose andare al di là della magari sacrosanta questione sullo status giuridico di Trieste. E alla fine del primo commento al post, firmato “Trieste Libera”, mi pareva che ci si augurasse proprio questo.

        Per essere chiari: un conto è il paradosso del senatore PD Francesco Russo che tuona contro “i poteri forti” dalla posizione di un partito che è organico a poteri fortissimi – organicità che si contende con i vari Camber, Polidori, Fedriga etc. perchè “cane mangia cane” -, altra cosa sono i dubbi e le richieste di chiarimenti – legittimi anche quelli sulla presenza di personaggi perlomeno ambigui tra le fila del Movimento – da parte di cittadini che si chiedono “ok, magari mi sta bene, ma come sarà questo TLT?”. Proprio per questo avevo riutilizzato quel simpatico cartello confinario defacciato all’inizio del post, “cossa succederà co gaveremo el TLT?”
        Tali dubbi riflettono a mio avviso la semplice impossibilità per un giovane movimento come l’MTL di “rappresentare la cittadinanza tutta”. E devo dire che mi ha stupito molto leggere che ora si ha questa pretesa, soprattutto perché è in assoluta e preoccupante contraddizione con quanto mi è stato scritto nei giorni scorsi dall’account Facebook “Movimento Trieste Libera” e che riporto:

        “…la questione-TLT è una situazione oggettiva, che esisteva prima del nostro movimento, ed indipendentemente da esso. Se, quindi, per qualsiasi motivo a qualcuno il nostro movimento non piace, questo non dovrebbe tramutarsi in una posizione pro- o anti- messa in legalità di Trieste.
        Se in futuro ci saranno “dieci Trieste Libera”, ognuno con le proprie sfumature di pensiero, non potremo che esserne felici.”

        Una delle principali domande che mi sono fatto quando ho pubblicato questo post è stata cosa accadrebbe se domani l’ONU mettesse in mora l’Italia e dichiarasse la sovranità del TLT. Sotto il profilo giuridico l’MTL mi insegna che le risposte sono già scritte, e ne prendo atto. Su tutto il resto, jus soli a parte, le questioni da porre sono molte, e liquidarle come attacchi non vale. Conosco davvero molte persone che, prima di scendere in piazza il 15 settembre, vorrebbero sapere se farlo sarà l’inizio di un percorso di partecipazione o l’ennesimo tentativo di costruirsi una comoda massa di manovra.
        Mi auguro che questo spazio possa continuare ad essere utile per dissipare questi dubbi.

      • Personalmente nutro lo stesso dubbio di chi ha scritto il post qui sopra e trovo la replica di MTL, come già visto in altri contesti, piuttosto evasiva.
        Non si tratta di dare colori politici, di fronte ad un legale che sostiene apertamente (v. suo profilo Facebook) tesi evoliane e negazioniste credo che un chiarimento esaustivo sia più che dovuto. Certi argomenti dovrebbero essere banditi senza se né ma, non si tratta di punti di vista o sfumature di pensiero: sono pure aberrazioni.
        Attendo risposta.

        • Non abbiamo nulla a che vedere con le idee personali dell’avvocato Longo (che non è l’unico avvocato che segue il nostro movimento, ma lui ha il pregio di metterci la faccia), né riguardano minimamente le nostre azioni in corso.
          Curiosamente, vi sono altri avvocati che lavorano con noi, che da ambienti di destra vengono accusati di essere comunisti…

          Se poi qualcuno non basta questo tipo di dichiarazione, ma si aspetta grandi sviluppi ideologici a riguardo, non sappiamo cosa farci. Per il nostro movimento le idee specifiche dei singoli cittadini possono benissimo essere messe da parte, in modo da lavorare per porre le giuste basi sulla messa in legalità di Porto e Territorio.
          E questo, non a caso, è quanto fa più paura a chi in questo momento vuole male a Trieste.

          Per quanto riguarda il resto:

          “ok, magari mi sta bene, ma come sarà questo TLT?”
          È una domanda che non va posta (solo) al nostro movimento – siamo un catalizzatore, ma non un’entità salvifica – queste sono domande che ogni cittadino deve porre a sé stesso ed a chi lo circonda, per iniziare.

          Il Trattato di pace qualche input a riguardo lo può dare (e secondo noi l’allegato VI è nella quasi totalità attualissimo), ma per il resto sta ai cittadini responsabilizzarsi.
          Facile? Per nulla. Ma sta già avvenendo.

          Quando si dice “rappresentare la cittadinanza (tutta)” si intende rappresentare gli interessi, i diritti fondamentali e (perché no) le legittime aspirazioni della stragrande maggioranza dei cittadini del Territorio Libero di Trieste.
          E questo pensiamo di poterlo fare.

          “Conosco davvero molte persone che, prima di scendere in piazza il 15 settembre, vorrebbero sapere se farlo sarà l’inizio di un percorso di partecipazione o l’ennesimo tentativo di costruirsi una comoda massa di manovra.”

          Cosa si intende, in questo contesto, per “massa di manovra”? Manovra verso cosa? I nostri obiettivi sono chiarissimi da sempre, l’unica “manovra” possibile è la messa in legalità del nostro Porto e del nostro Territorio.
          Le persone che parteciperanno il 15 non lo faranno per fare un favore ad un movimento che così potrà portare allegramente avanti piani diabolici di dominazione del TLT: lo faranno prima di tutto a loro stessi.

          Perché il percorso di partecipazione implica, ovviamente, la partecipazione di persona.
          Che, in questo caso, implica a sua volta dei valori di unità e di allineamento degli interessi di decine di migliaia di triestini, il buon vecchio “remare dalla stessa parte”. In questo senso, il nostro movimento è e sarà inclusivo.

          Niente vieta però, a chi riconosce le leggi in vigore ed intende agire di conseguenza, di formare altri 5, 10, 20 movimenti come il nostro, o di organizzarsi come meglio crede.
          Come dicevamo, nella questione dello status di Trieste non esiste alcuna primogenitura: chi vuole, fa.

          • Mi dispiace, ma questa è una risposta evasiva. In politica non esistono “tecnici”. Io in marzo ho letto su facebook: “L’ Avvocato Edoardo Longo, distintosi per i risultati ottenuti a favore delle Leggi Internazionali determinanti la non sovranità italiana sulla Zona A del Territorio Libero di Trieste è stato sospeso dall’ Ordine degli Avvocati per tre mesi. (Seguiranno informazioni precise.)” Segue una sfilza di commenti di solidarietà all’ avvocato Longo.

            https://it-it.facebook.com/MovimentoTriesteLibera/posts/358453597607890

            Il punto è che nel vostro comunicato non avete fatto il minimo accenno alle motivazioni della sospensione, lasciando però intendere che fosse legata al patrocinio della vostra causa. A me non interessano i risvolti giudiziari, ma solo ed esclusivamente quelli *politici*. Ed è molto facile, usando la rete, ricostruire i risvolti *politici* della vicenda giudiziaria di Edoardo Longo, che non hanno niente a che fare col TLT, ma hanno invece molto a che fare con la propaganda antisemita e negazionista e con le accuse alla magistratura italiana e all’ordine forense italiano di essere “manovrati dalla lobby ebraica”. A me non piace il modo a dir poco ambiguo con cui giocate al dico-e-no-dico su queste cose, che per molte e molti a Trieste, città delle leggi razziali e della Risiera, sono di importanza capitale.

            • Olivieri ha dimostrato che storicamente a Trieste sono esistiti altri indipendentismi, in particolare nel biennio ’45/’47. Tratto comune di quegli indipendentismi era la netta scelta di campo antifascista. Ora voi dite, al netto dei fronzoli, che in nome dell’indipendenza la discriminante antifascista va messa da parte. E’ una scelta politica legittima, ma è altrettanto legittimo criticarla. E onestà politica vorrebbe che queste critiche non venissero liquidate con un “i tira fora ‘ste robe per smerdarne”.

              • Merita ripeterlo: il nostro non è un movimento che sostiene “che bello sarebbe se ci fosse il TLT”.
                Noi diciamo: “siamo già TLT, prendiamone coscienza e finalizziamolo”.

                Questo pone tutta una serie di priorità immediate ed urgenti, per far sì che il porto riparta e che circa 4000 persone istruite non se ne vadano da Trieste ogni anno.
                Queste priorità NON sono proprie di un movimento o di un altro, ma dell’intera cittadinanza!

                Questo è un passo logico che dev’essere ben chiaro: il 15 settembre è una festa della cittadinanza.
                Il Trattato di pace è un valore per la cittadinanza.
                Il Territorio Libero di Trieste esiste per migliorare le condizioni della cittadinanza.

                È davanti a questo scenario, che ci mettiamo malvolentieri a rispondere ad attacchi personali o personalistici: non per mancanza di trasparenza (ci trovate alle nostre assemblee, e vi assicuriamo che rispondiamo a tutte le domande serie), ma perché abbiamo qualcosa di ben più importante da fare.
                Imbastire azioni legali e rapporti internazionali non è semplice, e nemmeno immediato. E prende davvero molto tempo, che decine di noi sottraggono a lavoro, famiglia, hobbies, etc.

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